PREMESSA:
Quello che segue non è un racconto.
E' una sceneggiatura (all'americana)
Lo dico, per giustificare l'eccessiva, fastidiosa,
ridondanza di aggettivi ed immagini
(che non avrei mai messo in un racconto)
usati per tentare di rendere la "fotografia", i movimenti di macchina, e il senso o meglio il sentimento generale dell'opera
(mi scuso per la parola opera :)
Può essere che un giorno questo film trovi il modo di prendere corpo,
mi auguro, per allora,
d'averne scritti di migliori.
La Colpa
sceneggiatura di Patrick Behar
- Nero
- Irrompe, tondo e sgraziato, il rumore d'un batacchio
una, due,
tre volte.
- In lontananza, il suono di piedi scalzi che toccano il pavimento.
- Mentre scorrono i titoli di testa sentiamo i piedi avvicinarsi,
leggeri,
piedi di donna.
- Terminano i titoli,
e arrivato sino a noi anche il suono dei piedi.
- Batacchio,
due volte,
ma più discreto.
- Leggero rumore di metallo su legno; uno spioncino che viene scostato.
- Ne entra una lama di luce che svela un naso, un occhio e allargandosi
il volto di una donna.
Il teso profilo getta trepidante uno sguardo oltre il foro,
e l'occhio un poco sorride; non felice, ma disteso per ciò che vede.
- D’un lampo scompare la luce al richiudersi dello spioncino.
- Nel nero il rumore d'un catenaccio.
- La porta si schiude,
nel gesto del braccio
e verticale la lama di luce illumina tutto il volto.
- La donna fissa con aria colpevole oltre l'uscio, mentre il braccio si ripiega,
come un'ala verso il corpo, il dorso della mano al seno, il palmo verso la luce,
le ultime due dita leggermente piegate.
Accennando un inchino, ruotando si scosta di lato, liberando l'ingresso.
- L'ombra della figura che entra
le scivola lenta sul volto,
come l'ombra d'una nube carica di pioggia, sulle ciglia degli alberi.
- Nel controluce della nuca, oltre ciuffi di capelli a grano nel sole, le spalle di un uomo
sotto le lise tese d'un cappello;
avvolto in uno scuro cappotto consunto
che svanisce nella penombra in cui ripiombano,
quando al chiudersi della porta
come risacca si ritira la luce
- Lei lo precede verso un tremolante chiarore giallo che esce da una stanza al fondo della casa,
chinando nuovamente lo sguardo nel passargli a fianco.
- Attraversano la casa nuda, coperta solo del buio in cui giace;
nella penombra un tavolo, due sedie e d'angolo un lavello.
Si fermano.
Si volta verso l'uomo;
un leggero cenno,
e scompare
nella luce della stanza.
- Ne esce tenendo una candela accesa che poggia sul tavolo
dove incendia i riflessi ramati d'una brocca e d'una tinozza che attendevano nell’ombra.
- Prende dalle mani dell'uomo il cappello;
lo aiuta a sfilarsi il cappotto, che ripiega con cura s'un braccio
passandovi sopra l'altra mano, a toglier le pieghe,
passandovi sopra la mano...
gesto in cui si perde, e che diviene una carezza
gli occhi a seguire chissà quale ricordo
carezzando il cappotto
cappotto di uomo.
Si ridesta e lo poggia sullo schienale d'una sedia.
- Presa la brocca accenna il gesto di porgergliela, ma fermandolo a meta'; come mostrandogliela.
Lui
traccia nell'aria alcuni brevi segni con la mano destra,
quindi
le pone entrambe al di sopra della tinozza.
- Con corti movimenti si lava le mani,
mentre lei vi versa sopra l'acqua dalla brocca.
due gesti più secchi per scrollarle,
le asciuga in un piccolo straccio che prende dalle sue mani.
- La donna libera il tavolo, mentre alle sue spalle lui si siede e vi poggia sopra la valigia.
- Lei svuota la brocca e la tinozza nel lavello,
passando poi lenta
circolare
la mano nell'utero del vaso
e mentre le asciuga osserva l’uomo,
attento
in quei gesti certi,
ripetuti chissà quante volte ma non scontati, con cui estrae e poggia sul tavolo,
nel luogo in cui vanno,
uno ad uno degli oggetti;
- Un involucro delle dimensioni d'un mazzo di carte,
una piatta pietra nera ed un pennello.
- Terminato ruota piano il capo, sino a guardarla.
lei trasalisce, e come scoperta
si rifugia in un piccolo gesto compulsivo aggiustandosi la veste e lo raggiunge.
- Seduti al tavolo, uno di fronte all’altro, si guardano
- La mano dell'uomo poggiata col palmo verso l'alto attende quella di lei.
- Piano, con la paura di chi la infili in una tana sconosciuta glie la porge.
- L'uomo l'afferra saldamente, mentre con l'altra le incide in un lampo
un piccolo taglio fra l'indice e il medio
- Alla donna sfugge un'espressione di sorpresa vergogna, più che di dolore,
come una folata di vento le avesse per un attimo sollevato le vesti.
Le tiene la mano, finche' qualche goccia di sangue cade sulla pietra nera.
- La lascia
sputa sulla pietra
Preso il pennello passa lentamente la punta in quell'impasto di liquidi
ai quali si aggiunge il nero dell'inchiostro che si scioglie
- poggia il pennello, quindi estrae un pezzo di carta dall’involucro.
- La mano dell'uomo attraversa lenta lo spazio che li separa,
avvicinandole un rettangolo di spessa carta telata, dai contorni strappati.
- Lei guarda spaventata quel bianco pezzo di carta venirle inesorabilmente incontro.
Finche' atterrita lo fissa ormai immobile
posato sul tavolo,
mentre la mano di lui lentamente si ritira.
- Più di una volta sposta lo sguardo
tra l'uomo e il pezzo di carta,
il pezzo di carta e l'uomo.
l'occhio come un animale preso in gabbia
che sbatte
contro quelle due pareti.
- Pazientemente attende
il foglio
e non si muove
in un lotta tre lei e il bianco
che e' lotta in lei
attende
ineluttabile
la resa
attende
ineluttabile
che un suo gesto
lo verghi di segni..
di parole.
- Lo sguardo dell'uomo diviene più severo
- La bella mano di lei prende un po' tremante il pennello
un ultimo sguardo all'uomo poi china il capo e scrive
con gesto incerto e sofferto,
quasi stesse scrivendo col sangue del suo cuore,
alcune parole sul foglio.
- Poggia esausta il pennello
e porge all'uomo il foglio
come un bambino una brutta pagella al padre.
- Questi legge, poi sposta lo sguardo su di lei, sguardo che non ammette repliche o giustificazioni
scuotendo -quasi- impercettibilmente il capo.
- La donna si morde il labbro e non sostiene lo sguardo,
che nasconde di continuo nel tavolo.
- Lui,
ripone tutti gli oggetti nella borsa,
che chiude e afferra con una mano alzandosi.
- Entrano nella stanza.
Oltre le loro nuche
in un letto circondato di candele
giace una bambina
sotto pesanti coperte, da cui spunta il piccolo visino madido
affondato nel cuscino.
Soffre,
ma un poco sorridono i suoi grandi occhi quando vede la donna
sposta poi lo sguardo sull'uomo, e nuovamente, interrogativo, sulla donna.
che chinandosi le poggia amorevolmente una mano sul viso.
- Si siede al suo fianco e mentre le sussurra qualcosa all'orecchio
la bimba sposta lo sguardo sull'estraneo.
- Anche la donna si volta a guardarlo per poi alzarsi
mentre la sua mano delicatamente si allontana dalla fronte della bimba
in una carezza che e' un commiato.
Un bacio sulla fronte imperlata e va a sedersi su di uno sgabello a lato del letto
e osserva
- L'uomo si avvicina con un sorriso rassicurante
Si siede ai piedi del letto e la osserva per un poco
Con la mano destra traccia nell'aria dei segni
- Si alza,
per risedersi di fianco alla bimba.
- le poggia dolcemente l'indice sul nasino
facendo spuntare un flebile sorriso
- Poi,
come una calda piuma
le pone tutto il palmo sugli occhi.
lasciandola nella rassicurante penombra
del palmo di un uomo.
- Prende dalla borsa una vaschetta di metallo che pone in terra
- Estrae da una tasca interna il foglietto, lo lecca
e lo pone sul petto della bimba
la scritta a contatto della pelle
attendono…
- Fin quando il viso della bambina si contrae
nel dolore di uno spasmo
e Il foglietto comincia ad incresparsi
come se
qualcosa da sotto lo spingesse.
- Comincia a sollevarsi
mentre
da dentro qualcosa preme
qualcosa sta uscendo dal corpo della bambina
- L'uomo ne afferra con due dita l’estremità e lentamente comincia a tirare
senza mai spostare gli occhi dal viso della bambina
mentre con la bocca produce un rassicurante e inudibile shhh..
- Con l'altra mano continua a tirare,
finche' strappa fuori dal corpo.
qualcosa
che getta nel contenitore.
producendo un suono
di metallo su metallo
- Ripulisce con un panno umido la pelle della bimba
il cui viso diviene presto più disteso e non più madido.
- La bacia sulla fronte e si alza.
- S'infila il cappotto,
che aggiusta con un leggero colpo di spalle
sino a farne
uscire le mani.
- Nel chinarsi per afferrare la borsa,
volta un poco il capo
e ammicca
un sorriso alla bimba.
Poi
come rientrando nella sua maschera
si alza, si volta e si dirige alla porta
a passi scanditi da un ritmo certo.
- Sull'uscio aperto s'infila il cappello
e annusa
l'aria del giorno che sorge.
- Si volta a guardare la madre
e si fissano
per un tempo
che pare interminabile
finche'
senza spostare gli occhi dagli occhi
le mette qualcosa in mano
- Lei contrae le labbra
e abbassa esitante lo sguardo sulla sua mano socchiusa su se stessa
le dita contratte a coprire per la vergogna
ciò che le e' stato dato,
o meglio,
restituito.
- A fatica le dischiude, petali carnivori, sulla colpa
di quel chiodo insanguinato poggiato sul candido palmo.
- Si morde il labbro, e mentre i suoi occhi si velano di lacrime
la voce dell’uomo dice:
"Come hai potuto
dire questo a tua figlia ?"
.
- Fine
Titoli di coda
© Patrick Behar 2005/2006
Note a margine:
(note a margine sui personaggi e sulla storia)
Nel silenzio di una casa
si è consumato un dolore.
Una madre ha detto alla propria figlia
ciò che non avrebbe dovuto
e certo neanche voluto.
Ma quelle parole sono uscite
e non possono rientrare.
Non è la descrizione di un momento,
è la rappresentazione di un dolore.
Non siamo né in un luogo né in un momento preciso.
E' un qualunque luogo ed un qualunque momento nella storia
dei rapporti umani.
E' una madre amorevole, addolorata per ciò che ha fatto (detto)
e forse il suo di chiodo non potrà mai essere estratto.
Quell'energia repressa e accumulata in chissà quanto tempo
forse in anni
di dolori, tensioni e frustrazioni
voleva uscire
e ha preso quella forma per uscire
trovando nell'indifesa debolezza dell'altro il suo bersaglio.
Forse da quando ne era stata a sua volta vittima
quando aveva quegli stessi anni
e anziché restituire il dolore a chi glie lo aveva conficcato,
l'ha a sua volta passato
perpetrato.
Così come non vuole essere legato ad un dove e ad un quando,
allo stesso modo non sapremo cosa esattamente le abbia detto.
E' qualcosa di terribile, qualcosa che una madre non dovrebbe mai dire ad un figlio
(dell'ordine di grandezza di un "maledetto il giorno che ti ho messo al mondo" per intendersi,
con tutte le possibili costellazioni dei "mi hai rovinato la vita" ecc. ecc.)
Non c'è un uomo in quella casa.
Non c'è più.
Non c'è il marito e non c'è il padre.
Per questo la leggera enfasi sul rapporto fisico ed emotivo con l'uomo che entra.
Lei per un attimo quasi carezza il suo cappotto,
e la bambina viene rassicurata dal caldo palmo che l'uomo le posa sugli occhi
dal buio in cui la fa sprofondare per non farle vedere ciò che accadrà.
come si fa anche coi cuccioli d'animale atterriti.
Non sappiamo se suo padre le abbia mai carezzato i capelli,
se le abbia abbandonate per scelta
o se il destino li abbia separati, strappandolo da ciò che di più caro aveva
la compagna della vita e il frutto del loro amore.
L'uomo e la donna non si conoscono.
O meglio non si sono mai visti.
Lui fa questo nella vita
(per vocazione e non per mestiere)
Lei certo lo conosce per fama.
(come accade in genere per i guaritori nei paesi)
Non è una storia esoterica.
L'aspetto metafisico è pretesto e giustificazione
per costruire un contesto
in cui sia credibile la materializzazione del dolore,
o meglio, della fonte del dolore in un oggetto
e quindi la sua estrazione.
(certo più veloce ed efficace della psicoanalisi)
Nella vita ordinaria questo non è possibile.
Ci si ritrova a crescere con dolori di cui s'ignora l'origine,
o peggio, persino la presenza.
Ma loro ci sono e lavorano
sotto, nell'ombra.
Dolori che distorcono le nostre percezioni e rendono difficili i rapporti.
Uomini e donne che senza capire perché hanno fatica nel rapporto con l'altro e con l'altra
perché qualcuno, vicino o estraneo, un padre, una madre o uno zio han detto o fatto loro cose indicibili.
Cose contro cui dovranno lottare tutta la vita, senza mai sapere contro cosa stanno lottando;
senza mai sapere di stare lottando.
Qui ci si limita ad affrontare le parole, non le azioni.
(non è "Mystic River", "the Woodsman" o "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa")
Non vuole essere contro nessuno questa storia, e certo non contro le madri.
Vuole solo invitare a riflettere sulla portata delle parole
e sull'impatto che possono avere
soprattutto nel processo formativo di un bambino.
Quando la madre e l'uomo si siedono a tavola
non è un processo che lei subisce
l'uomo le fa più da specchio che da giudice.
Lei ha perfettamente compreso e giudicato da sola ciò che ha detto
e non se ne dà pace.
L'uomo non è arcigno
è severo
forse reso duro dalla vita,
dall'aver rimosso milioni di dolori
sperando alla fine di poter rimuovere anche il proprio.
E se è vero che alla fine, con l'unica battuta del film
lui la accusa ( e non posso negare che lo faccia)
questo serve principalmente a rendere comprensibile la storia
e a dare un ordine di grandezza a ciò che è stato detto.
Accusa peraltro giustificata dal tipo di contesto rappresentato,
nel quale un guaritore, cui venga riconosciuto quel potere
è anche una guida spirituale e morale.
Che noi,
entriamo comodi comodi e a pancia piena
con la macchina da presa
nel bel mezzo di un rapporto di cui non sappiamo nulla,
e del quale sarebbe il caso non ci facessimo giudici,
ma ci servisse per guardarci dentro
e ritrovare
le parole che non avremmo dovuto usare.
E' solo una piccola, minuta rappresentazione,
di uno tra i tanti dolori che nella vita si possono incontrare,
quando però ancora non abbiamo le spalle per affrontarlo
né la memoria per ricordarne il volto.
Milano, settemaggioduemialasette.
© Patrick Behar
giovedì 22 novembre 2007
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