PREMESSA:
Quello che segue non è un racconto.
E' una sceneggiatura (all'americana)
Lo dico, per giustificare l'eccessiva, fastidiosa,
ridondanza di aggettivi ed immagini
(che non avrei mai messo in un racconto)
usati per tentare di rendere la "fotografia", i movimenti di macchina, e il senso o meglio il sentimento generale dell'opera
(mi scuso per la parola opera :)
Può essere che un giorno questo film trovi il modo di prendere corpo,
mi auguro, per allora,
d'averne scritti di migliori.
La Colpa
sceneggiatura di Patrick Behar
- Nero
- Irrompe, tondo e sgraziato, il rumore d'un batacchio
una, due,
tre volte.
- In lontananza, il suono di piedi scalzi che toccano il pavimento.
- Mentre scorrono i titoli di testa sentiamo i piedi avvicinarsi,
leggeri,
piedi di donna.
- Terminano i titoli,
e arrivato sino a noi anche il suono dei piedi.
- Batacchio,
due volte,
ma più discreto.
- Leggero rumore di metallo su legno; uno spioncino che viene scostato.
- Ne entra una lama di luce che svela un naso, un occhio e allargandosi
il volto di una donna.
Il teso profilo getta trepidante uno sguardo oltre il foro,
e l'occhio un poco sorride; non felice, ma disteso per ciò che vede.
- D’un lampo scompare la luce al richiudersi dello spioncino.
- Nel nero il rumore d'un catenaccio.
- La porta si schiude,
nel gesto del braccio
e verticale la lama di luce illumina tutto il volto.
- La donna fissa con aria colpevole oltre l'uscio, mentre il braccio si ripiega,
come un'ala verso il corpo, il dorso della mano al seno, il palmo verso la luce,
le ultime due dita leggermente piegate.
Accennando un inchino, ruotando si scosta di lato, liberando l'ingresso.
- L'ombra della figura che entra
le scivola lenta sul volto,
come l'ombra d'una nube carica di pioggia, sulle ciglia degli alberi.
- Nel controluce della nuca, oltre ciuffi di capelli a grano nel sole, le spalle di un uomo
sotto le lise tese d'un cappello;
avvolto in uno scuro cappotto consunto
che svanisce nella penombra in cui ripiombano,
quando al chiudersi della porta
come risacca si ritira la luce
- Lei lo precede verso un tremolante chiarore giallo che esce da una stanza al fondo della casa,
chinando nuovamente lo sguardo nel passargli a fianco.
- Attraversano la casa nuda, coperta solo del buio in cui giace;
nella penombra un tavolo, due sedie e d'angolo un lavello.
Si fermano.
Si volta verso l'uomo;
un leggero cenno,
e scompare
nella luce della stanza.
- Ne esce tenendo una candela accesa che poggia sul tavolo
dove incendia i riflessi ramati d'una brocca e d'una tinozza che attendevano nell’ombra.
- Prende dalle mani dell'uomo il cappello;
lo aiuta a sfilarsi il cappotto, che ripiega con cura s'un braccio
passandovi sopra l'altra mano, a toglier le pieghe,
passandovi sopra la mano...
gesto in cui si perde, e che diviene una carezza
gli occhi a seguire chissà quale ricordo
carezzando il cappotto
cappotto di uomo.
Si ridesta e lo poggia sullo schienale d'una sedia.
- Presa la brocca accenna il gesto di porgergliela, ma fermandolo a meta'; come mostrandogliela.
Lui
traccia nell'aria alcuni brevi segni con la mano destra,
quindi
le pone entrambe al di sopra della tinozza.
- Con corti movimenti si lava le mani,
mentre lei vi versa sopra l'acqua dalla brocca.
due gesti più secchi per scrollarle,
le asciuga in un piccolo straccio che prende dalle sue mani.
- La donna libera il tavolo, mentre alle sue spalle lui si siede e vi poggia sopra la valigia.
- Lei svuota la brocca e la tinozza nel lavello,
passando poi lenta
circolare
la mano nell'utero del vaso
e mentre le asciuga osserva l’uomo,
attento
in quei gesti certi,
ripetuti chissà quante volte ma non scontati, con cui estrae e poggia sul tavolo,
nel luogo in cui vanno,
uno ad uno degli oggetti;
- Un involucro delle dimensioni d'un mazzo di carte,
una piatta pietra nera ed un pennello.
- Terminato ruota piano il capo, sino a guardarla.
lei trasalisce, e come scoperta
si rifugia in un piccolo gesto compulsivo aggiustandosi la veste e lo raggiunge.
- Seduti al tavolo, uno di fronte all’altro, si guardano
- La mano dell'uomo poggiata col palmo verso l'alto attende quella di lei.
- Piano, con la paura di chi la infili in una tana sconosciuta glie la porge.
- L'uomo l'afferra saldamente, mentre con l'altra le incide in un lampo
un piccolo taglio fra l'indice e il medio
- Alla donna sfugge un'espressione di sorpresa vergogna, più che di dolore,
come una folata di vento le avesse per un attimo sollevato le vesti.
Le tiene la mano, finche' qualche goccia di sangue cade sulla pietra nera.
- La lascia
sputa sulla pietra
Preso il pennello passa lentamente la punta in quell'impasto di liquidi
ai quali si aggiunge il nero dell'inchiostro che si scioglie
- poggia il pennello, quindi estrae un pezzo di carta dall’involucro.
- La mano dell'uomo attraversa lenta lo spazio che li separa,
avvicinandole un rettangolo di spessa carta telata, dai contorni strappati.
- Lei guarda spaventata quel bianco pezzo di carta venirle inesorabilmente incontro.
Finche' atterrita lo fissa ormai immobile
posato sul tavolo,
mentre la mano di lui lentamente si ritira.
- Più di una volta sposta lo sguardo
tra l'uomo e il pezzo di carta,
il pezzo di carta e l'uomo.
l'occhio come un animale preso in gabbia
che sbatte
contro quelle due pareti.
- Pazientemente attende
il foglio
e non si muove
in un lotta tre lei e il bianco
che e' lotta in lei
attende
ineluttabile
la resa
attende
ineluttabile
che un suo gesto
lo verghi di segni..
di parole.
- Lo sguardo dell'uomo diviene più severo
- La bella mano di lei prende un po' tremante il pennello
un ultimo sguardo all'uomo poi china il capo e scrive
con gesto incerto e sofferto,
quasi stesse scrivendo col sangue del suo cuore,
alcune parole sul foglio.
- Poggia esausta il pennello
e porge all'uomo il foglio
come un bambino una brutta pagella al padre.
- Questi legge, poi sposta lo sguardo su di lei, sguardo che non ammette repliche o giustificazioni
scuotendo -quasi- impercettibilmente il capo.
- La donna si morde il labbro e non sostiene lo sguardo,
che nasconde di continuo nel tavolo.
- Lui,
ripone tutti gli oggetti nella borsa,
che chiude e afferra con una mano alzandosi.
- Entrano nella stanza.
Oltre le loro nuche
in un letto circondato di candele
giace una bambina
sotto pesanti coperte, da cui spunta il piccolo visino madido
affondato nel cuscino.
Soffre,
ma un poco sorridono i suoi grandi occhi quando vede la donna
sposta poi lo sguardo sull'uomo, e nuovamente, interrogativo, sulla donna.
che chinandosi le poggia amorevolmente una mano sul viso.
- Si siede al suo fianco e mentre le sussurra qualcosa all'orecchio
la bimba sposta lo sguardo sull'estraneo.
- Anche la donna si volta a guardarlo per poi alzarsi
mentre la sua mano delicatamente si allontana dalla fronte della bimba
in una carezza che e' un commiato.
Un bacio sulla fronte imperlata e va a sedersi su di uno sgabello a lato del letto
e osserva
- L'uomo si avvicina con un sorriso rassicurante
Si siede ai piedi del letto e la osserva per un poco
Con la mano destra traccia nell'aria dei segni
- Si alza,
per risedersi di fianco alla bimba.
- le poggia dolcemente l'indice sul nasino
facendo spuntare un flebile sorriso
- Poi,
come una calda piuma
le pone tutto il palmo sugli occhi.
lasciandola nella rassicurante penombra
del palmo di un uomo.
- Prende dalla borsa una vaschetta di metallo che pone in terra
- Estrae da una tasca interna il foglietto, lo lecca
e lo pone sul petto della bimba
la scritta a contatto della pelle
attendono…
- Fin quando il viso della bambina si contrae
nel dolore di uno spasmo
e Il foglietto comincia ad incresparsi
come se
qualcosa da sotto lo spingesse.
- Comincia a sollevarsi
mentre
da dentro qualcosa preme
qualcosa sta uscendo dal corpo della bambina
- L'uomo ne afferra con due dita l’estremità e lentamente comincia a tirare
senza mai spostare gli occhi dal viso della bambina
mentre con la bocca produce un rassicurante e inudibile shhh..
- Con l'altra mano continua a tirare,
finche' strappa fuori dal corpo.
qualcosa
che getta nel contenitore.
producendo un suono
di metallo su metallo
- Ripulisce con un panno umido la pelle della bimba
il cui viso diviene presto più disteso e non più madido.
- La bacia sulla fronte e si alza.
- S'infila il cappotto,
che aggiusta con un leggero colpo di spalle
sino a farne
uscire le mani.
- Nel chinarsi per afferrare la borsa,
volta un poco il capo
e ammicca
un sorriso alla bimba.
Poi
come rientrando nella sua maschera
si alza, si volta e si dirige alla porta
a passi scanditi da un ritmo certo.
- Sull'uscio aperto s'infila il cappello
e annusa
l'aria del giorno che sorge.
- Si volta a guardare la madre
e si fissano
per un tempo
che pare interminabile
finche'
senza spostare gli occhi dagli occhi
le mette qualcosa in mano
- Lei contrae le labbra
e abbassa esitante lo sguardo sulla sua mano socchiusa su se stessa
le dita contratte a coprire per la vergogna
ciò che le e' stato dato,
o meglio,
restituito.
- A fatica le dischiude, petali carnivori, sulla colpa
di quel chiodo insanguinato poggiato sul candido palmo.
- Si morde il labbro, e mentre i suoi occhi si velano di lacrime
la voce dell’uomo dice:
"Come hai potuto
dire questo a tua figlia ?"
.
- Fine
Titoli di coda
© Patrick Behar 2005/2006
Note a margine:
(note a margine sui personaggi e sulla storia)
Nel silenzio di una casa
si è consumato un dolore.
Una madre ha detto alla propria figlia
ciò che non avrebbe dovuto
e certo neanche voluto.
Ma quelle parole sono uscite
e non possono rientrare.
Non è la descrizione di un momento,
è la rappresentazione di un dolore.
Non siamo né in un luogo né in un momento preciso.
E' un qualunque luogo ed un qualunque momento nella storia
dei rapporti umani.
E' una madre amorevole, addolorata per ciò che ha fatto (detto)
e forse il suo di chiodo non potrà mai essere estratto.
Quell'energia repressa e accumulata in chissà quanto tempo
forse in anni
di dolori, tensioni e frustrazioni
voleva uscire
e ha preso quella forma per uscire
trovando nell'indifesa debolezza dell'altro il suo bersaglio.
Forse da quando ne era stata a sua volta vittima
quando aveva quegli stessi anni
e anziché restituire il dolore a chi glie lo aveva conficcato,
l'ha a sua volta passato
perpetrato.
Così come non vuole essere legato ad un dove e ad un quando,
allo stesso modo non sapremo cosa esattamente le abbia detto.
E' qualcosa di terribile, qualcosa che una madre non dovrebbe mai dire ad un figlio
(dell'ordine di grandezza di un "maledetto il giorno che ti ho messo al mondo" per intendersi,
con tutte le possibili costellazioni dei "mi hai rovinato la vita" ecc. ecc.)
Non c'è un uomo in quella casa.
Non c'è più.
Non c'è il marito e non c'è il padre.
Per questo la leggera enfasi sul rapporto fisico ed emotivo con l'uomo che entra.
Lei per un attimo quasi carezza il suo cappotto,
e la bambina viene rassicurata dal caldo palmo che l'uomo le posa sugli occhi
dal buio in cui la fa sprofondare per non farle vedere ciò che accadrà.
come si fa anche coi cuccioli d'animale atterriti.
Non sappiamo se suo padre le abbia mai carezzato i capelli,
se le abbia abbandonate per scelta
o se il destino li abbia separati, strappandolo da ciò che di più caro aveva
la compagna della vita e il frutto del loro amore.
L'uomo e la donna non si conoscono.
O meglio non si sono mai visti.
Lui fa questo nella vita
(per vocazione e non per mestiere)
Lei certo lo conosce per fama.
(come accade in genere per i guaritori nei paesi)
Non è una storia esoterica.
L'aspetto metafisico è pretesto e giustificazione
per costruire un contesto
in cui sia credibile la materializzazione del dolore,
o meglio, della fonte del dolore in un oggetto
e quindi la sua estrazione.
(certo più veloce ed efficace della psicoanalisi)
Nella vita ordinaria questo non è possibile.
Ci si ritrova a crescere con dolori di cui s'ignora l'origine,
o peggio, persino la presenza.
Ma loro ci sono e lavorano
sotto, nell'ombra.
Dolori che distorcono le nostre percezioni e rendono difficili i rapporti.
Uomini e donne che senza capire perché hanno fatica nel rapporto con l'altro e con l'altra
perché qualcuno, vicino o estraneo, un padre, una madre o uno zio han detto o fatto loro cose indicibili.
Cose contro cui dovranno lottare tutta la vita, senza mai sapere contro cosa stanno lottando;
senza mai sapere di stare lottando.
Qui ci si limita ad affrontare le parole, non le azioni.
(non è "Mystic River", "the Woodsman" o "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa")
Non vuole essere contro nessuno questa storia, e certo non contro le madri.
Vuole solo invitare a riflettere sulla portata delle parole
e sull'impatto che possono avere
soprattutto nel processo formativo di un bambino.
Quando la madre e l'uomo si siedono a tavola
non è un processo che lei subisce
l'uomo le fa più da specchio che da giudice.
Lei ha perfettamente compreso e giudicato da sola ciò che ha detto
e non se ne dà pace.
L'uomo non è arcigno
è severo
forse reso duro dalla vita,
dall'aver rimosso milioni di dolori
sperando alla fine di poter rimuovere anche il proprio.
E se è vero che alla fine, con l'unica battuta del film
lui la accusa ( e non posso negare che lo faccia)
questo serve principalmente a rendere comprensibile la storia
e a dare un ordine di grandezza a ciò che è stato detto.
Accusa peraltro giustificata dal tipo di contesto rappresentato,
nel quale un guaritore, cui venga riconosciuto quel potere
è anche una guida spirituale e morale.
Che noi,
entriamo comodi comodi e a pancia piena
con la macchina da presa
nel bel mezzo di un rapporto di cui non sappiamo nulla,
e del quale sarebbe il caso non ci facessimo giudici,
ma ci servisse per guardarci dentro
e ritrovare
le parole che non avremmo dovuto usare.
E' solo una piccola, minuta rappresentazione,
di uno tra i tanti dolori che nella vita si possono incontrare,
quando però ancora non abbiamo le spalle per affrontarlo
né la memoria per ricordarne il volto.
Milano, settemaggioduemialasette.
© Patrick Behar
giovedì 22 novembre 2007
giovedì 1 marzo 2007
mercoledì 28 febbraio 2007
Un frammento di Bretagna
Nell'ovatta della macchina, attraverso,
scortato dalla notte, le terre di Bretagna.
Quimper e l'autostrada sono alle spalle da chilometri
dalle casse, dolce, la voce di Isabelle Boulay canta C'était l'hiver
che io il francese mica lo capisco
ma mi viene la pelle d'oca al sentirla
ed è certo che stia cantando cose tristissime, da trafiggersi di spade
come il sacro cuore di Gesù.
Seguo l'indicazione, lascio la strada principale e mi butto sulla destra, verso il mare,
il finestrino abbassato
sento il mutare dell'aria.
Sparute, incontro le prime case;
sparse a briciole nel nero della notte.
Basse e silenziose
la testa incassata nella schiena piegata,
schiena di legno
a pelle di tegole e sassi, spaccata sotto una vita di vento e salsedine
legni erosi e tenui colori di sale.
Proseguo, mentre ai lati della strada lente si raggrumano, si fanno forza, si tengono caldo l'un l'altra,
diventano un unico corpo, creatura,
che trovo addormentata ai bordi del mare.
Supero una chiesa, col suo calvario scolpito di pietra nera
passo oltre ai soldati romani, alle due Marie
che nella notte non distinguo tra loro e al Cristo
che appeso e trafitto mi guarda muto.
Una panetteria, poi la strada curva e si apre.
Accosto nell'unica piazzetta.
Al rallentare delle ruote, il suono della ghiaia sotto i pneumatici
poi
quello sempre magico
del motore che si spegne.
Quello stesso suono che mi svegliava da piccolo
quando mio padre spegneva la macchina,
piccola decompressione del silenzio
mi toglieva dai sogni di bimbo
sdraiato sul sedile di dietro
e mi diceva d'essere arrivato a casa.
Scendo,
suono tondo della portiera che si richiude
stiro le vertebre incassate
e riesco persino a scroccarne due,
che è sempre un piacere.
Respiro a pieni polmoni l'aria di quel luogo sospeso nel sonno,
chissà se sognano i paesi quando dormono.
respiro assieme al luogo;
un respiro lento e costante,
con dentro piccoli rumori
come il sonno dei vecchi.
Mando nei polmoni quell'aria così piena dei sapori del mare
odori di vita e morte assieme
energia e putredine si mescolano al grido dei gabbiani
e allo sciabordio di piccole onde
sulla spiaggia di ciottoli.
Mi dirigo verso il faro
che non è di quelli da cartolina
tondi, bianchi a strisce rosse
con un cristallo di swarosky in cima
ma è base quadrata e di pietra scura.
Ci faccio un giro attorno
mi chino a sentire con le dita l'acqua.
Intanto
noncurante
il sole sorge.
Che bel modo di farne conoscenza arrivare in un paesino sconosciuto in un' ora come questa.
osservarlo mentre dorme, senza il rumore dei suoi abitanti
senza le forme che gli danno gli abitanti
ma comunque vivo,
un gigantesco cetaceo spiaggiato.
Non appena apre, entro nel bar che dà sulla piazza.
Chiedo ad una vecchina cortese di farmi due crépe dolci.
Ha appena acceso la piastra e non verranno benissimo, mi dice.
tanto che quasi non vuole darmele
tanto che più tardi finisce col portarmene gratuitamente un'altra
che mi lascia con un gran sorriso sul tavolo
"Questa è fatta come si deve" mi dice.
Mi tratta con cortesia
ha certo capito che sono italiano
cosa che viaggiando non mi ha mai dato problemi, anzi
che a noi
al di là delle cazzate pizza e mandolino
ci trattano bene in gran parte del mondo.
Sono ormai le sette
Entra una ragazza dai capelli carota, un vestito verde, un paio di piercing,
e una faccia immusonita che la rende ancora più carina.
Ci scambiamo una rapida occhiata
certo sapessi la lingua potrei attaccare discorso.
certo
infatti in italia parlo sempre con le ragazze carine che incontro, come no.
Mi fanculo, mi alzo, pago ed esco.
Gente, ora in giro c'è gente.
Risalgo in macchina e proseguo lungo nord seguendo la costa.
Alla mia sinistra, tra la strada e il mare si erge un albergo
solo
bianco a due piani
sembra la locanda Almayer di oceanomare
tanto che non posso non fermarmi.
scortato dalla notte, le terre di Bretagna.
Quimper e l'autostrada sono alle spalle da chilometri
dalle casse, dolce, la voce di Isabelle Boulay canta C'était l'hiver
che io il francese mica lo capisco
ma mi viene la pelle d'oca al sentirla
ed è certo che stia cantando cose tristissime, da trafiggersi di spade
come il sacro cuore di Gesù.
Seguo l'indicazione, lascio la strada principale e mi butto sulla destra, verso il mare,
il finestrino abbassato
sento il mutare dell'aria.
Sparute, incontro le prime case;
sparse a briciole nel nero della notte.
Basse e silenziose
la testa incassata nella schiena piegata,
schiena di legno
a pelle di tegole e sassi, spaccata sotto una vita di vento e salsedine
legni erosi e tenui colori di sale.
Proseguo, mentre ai lati della strada lente si raggrumano, si fanno forza, si tengono caldo l'un l'altra,
diventano un unico corpo, creatura,
che trovo addormentata ai bordi del mare.
Supero una chiesa, col suo calvario scolpito di pietra nera
passo oltre ai soldati romani, alle due Marie
che nella notte non distinguo tra loro e al Cristo
che appeso e trafitto mi guarda muto.
Una panetteria, poi la strada curva e si apre.
Accosto nell'unica piazzetta.
Al rallentare delle ruote, il suono della ghiaia sotto i pneumatici
poi
quello sempre magico
del motore che si spegne.
Quello stesso suono che mi svegliava da piccolo
quando mio padre spegneva la macchina,
piccola decompressione del silenzio
mi toglieva dai sogni di bimbo
sdraiato sul sedile di dietro
e mi diceva d'essere arrivato a casa.
Scendo,
suono tondo della portiera che si richiude
stiro le vertebre incassate
e riesco persino a scroccarne due,
che è sempre un piacere.
Respiro a pieni polmoni l'aria di quel luogo sospeso nel sonno,
chissà se sognano i paesi quando dormono.
respiro assieme al luogo;
un respiro lento e costante,
con dentro piccoli rumori
come il sonno dei vecchi.
Mando nei polmoni quell'aria così piena dei sapori del mare
odori di vita e morte assieme
energia e putredine si mescolano al grido dei gabbiani
e allo sciabordio di piccole onde
sulla spiaggia di ciottoli.
Mi dirigo verso il faro
che non è di quelli da cartolina
tondi, bianchi a strisce rosse
con un cristallo di swarosky in cima
ma è base quadrata e di pietra scura.
Ci faccio un giro attorno
mi chino a sentire con le dita l'acqua.
Intanto
noncurante
il sole sorge.
Che bel modo di farne conoscenza arrivare in un paesino sconosciuto in un' ora come questa.
osservarlo mentre dorme, senza il rumore dei suoi abitanti
senza le forme che gli danno gli abitanti
ma comunque vivo,
un gigantesco cetaceo spiaggiato.
Non appena apre, entro nel bar che dà sulla piazza.
Chiedo ad una vecchina cortese di farmi due crépe dolci.
Ha appena acceso la piastra e non verranno benissimo, mi dice.
tanto che quasi non vuole darmele
tanto che più tardi finisce col portarmene gratuitamente un'altra
che mi lascia con un gran sorriso sul tavolo
"Questa è fatta come si deve" mi dice.
Mi tratta con cortesia
ha certo capito che sono italiano
cosa che viaggiando non mi ha mai dato problemi, anzi
che a noi
al di là delle cazzate pizza e mandolino
ci trattano bene in gran parte del mondo.
Sono ormai le sette
Entra una ragazza dai capelli carota, un vestito verde, un paio di piercing,
e una faccia immusonita che la rende ancora più carina.
Ci scambiamo una rapida occhiata
certo sapessi la lingua potrei attaccare discorso.
certo
infatti in italia parlo sempre con le ragazze carine che incontro, come no.
Mi fanculo, mi alzo, pago ed esco.
Gente, ora in giro c'è gente.
Risalgo in macchina e proseguo lungo nord seguendo la costa.
Alla mia sinistra, tra la strada e il mare si erge un albergo
solo
bianco a due piani
sembra la locanda Almayer di oceanomare
tanto che non posso non fermarmi.
Sul fare design
Questo il testo di un' intervista che ho scritto per una rivista
(Computer Arts) lo scorso agosto.
In effetti mi avevano dato delle domande,
che però mica ho considerato,
così ho scritto ciò che mi veniva.
- Ah, il grafico..
pubblicitario ?
- No.
perplessità..
- oh.. allora cosa ?
"A quel punto comincio di solito ad elencare una serie d'altre cose
che si possono fare come grafici; logotipi, manifesti, copertine e perché no,
anche (e nel mio caso soprattutto) quadri.
Di solito l'interlocutore fa allora finta di capire,
ma si vede benissimo che mente che non riesce realmente ad inquadrarti.
Mestiere bizzarro quello del grafico.
Mi sarebbe piaciuto disegnare, ma rubando le parole ad Alighiero Boetti, non sono nato col privilegio della mano.
Dopo un' "occhiata" ad architettura entro, con l'idea di diventare illustratore,
in una scuola di grafica.
Allora lauree brevi non ne esistevano, e francamente fare chili di matematica e fisica un due tre, mi sembrava faticosamente inutile.
Mi piaceva l'illustrazione: Mucha, Arthur Rackham, Maxfield Parrish, Frazetta e l'animazione giapponese
(che col suo segno asciutto ed essenziale e' vicina alla grafica quanto all'illustrazione)
Ma anche, e andatevelo a vedere se non lo conoscete, Patrick Nagel.
Nagel faceva a mano ciò che oggi si chiama Vector Art, con un segno non distante da quello dell'animazione (soprattutto quella di oggi più che quella d'allora).
poi purtroppo è morto.
A scuola mi guardo un po' in giro e vedo mani irraggiungibili,
segni che nascono nella bellezza della spontaneità, e io , studiando e sudando anni non ne avrei mai sfiorato l'ombra.
Non che non ci debba essere il sudore e la fatica dello studio, anzi, fatica a chili e sudore a litri, ma non nell'esecuzione.
E' un po' come nella danza, dove ogni gesto deve apparire facile e leggero, e non deve mai tradire la fatica, come se la gravità non esistesse: è quest'illusione uno dei suoi elementi di fascino.
Quindi a vent'anni prendo in mano un mouse,
e photoshop 2 ! Nasce un amore che dura da quindici anni
ora photoshop e' alla versione 8 e io alla punto35.
L'empatia con la macchina in realtà c'è sempre stata..
ad undici anni programmavo su un Texas Instruments TI99/4A e un Apple IIC ancora funzionante illumina di modernariato il mio tavolo coi suoi fosfori verdi, sui quali ho lasciato un bel po' di diottrie.
Quindi lascio la scuola e mi metto "a bottega", come una volta.
Mettere le mani nel mestiere da subito, un mestiere che ancora non si conosce, e che si apprende per osmosi quotidianamente, tenendo gli occhi e le orecchie aperte, e continuando a fare domande anche passandoci da stupidi, non importa.
poi, la fortuna e' spesso
nell'incontro con persone
che non posso non ringraziare.
L'inizio di tutto e' con Alexander Koban (allora IMAGIC) che a meta' anni '90 mi fa lavorare su un Paintbox; mettendomi praticamente un mestiere in mano. (grazie :)
Macchina fantascientifica per gli standard di allora.
Costava intorno al miliardo (lire, no euro), stava in una stanza "criogenica", aveva un monitor Barco da 29" che valeva come una BMW e una tavoletta grafica che rispetto alle "clave" che circolavano allora sembrava uscita dall'area 51.
Li' e' la base e l'inizio di tutto: la manipolazione dell'immagine:
abbandonata (ma mai del tutto, neanche oggi) l'idea di crearle da zero, nel segno del disegno, accetto di rielaborare a partire da foto.
Ma in quei fotomontaggi (soprattutto quello si faceva,e dove ho imparato a fare le maschere per bene, mica cose tagliate con l'accetta) che baravano sulla realtà mancava qualcosa.
Erano la base tecnica che mi sarebbe servita per fare altro, ma erano solo la metà del tutto.
L'altra meta' è arrivata dall'amore per la parola; la tipografia e la grafica.,
l'incontro col poeta Giancarlo Majorino (che oltre ad essere uno dei più grandi poeti italiani è un vero maestro di vita)
e poi, con David Carson (più con i suoi lavori più che con lui :)
Dell'incontro con Carson devo ringraziare (e certo non solo per questo) Guerino Delfino, ora CEO Ogilvy Italia, che poi nel 2000 mi fa fare anche l'intero design per la Biennale Di Venezia.
Last, but not Least il fotografo Giovanni Gastel, che mi lascia posare gli occhi e mettere le mani su immagini di rara bellezza, e tra le tante cose che mi fa scoprire, la vera "alta definizione": banco ottico 20x25, niente compromessi !
Sara' che non è digitale, sarà che dentro un banco ottico si vede una realtà di tale bellezza e ricchezza; comunque sia il piacere e il desiderio dell'analogico spesso si fa sentire e ritorna:
torna nella voglia d'usare fogli d'acquerello che si increspano con l'acqua, vergati dal segno della grafite; che se li tocchi, se ci passi sopra le dita si spande,
e l'undo non c'è mica.
Il tatto e' un elemento importante nel mio lavoro.
Quando provo a spiegare che la scelta di un carta non è solo una variazione sulla resa cromatica, ma anche e soprattutto una differenza di percezione psicologica, quando il lavoro viene tenuto in mano o sfogliato.
E forse la materia è ciò che mi ha sempre tenuto un po' lontano dal web,
non che non ne abbia fatto, ma senza troppa convinzione;
Erano poi periodi abbastanza "pionieristici": flash non esisteva, la connessione sembrava fatta con due bicchieri di plastica attaccati per un filo, e il sito lo vedevi completamente diverso su macchine diverse.
Ovvero variavano in maniera aleatoria i pesi della composizione: cosa inaccettabile per un designer no ?
E, altrettanto importante, il lavoro e' ovunque e in nessun luogo e se poi provi a stamparlo e' piccolo piccolo.
Ora il panorama e' completamente diverso e chissà che non mi ci rimetta.
Certo ho una macchina digitale, che pratica è pratica, ci mancherebbe; è uno splendido scanner tridimensionale !
Ma le Foto le faccio con una vecchia Hasselblad (medioformato, 6x6)
Non ha neanche un esposimetro, e per avere un'idea della foto che verrà anziché avere uno schermino a lcd, si mette un dorso Plaroid; si scatta, gli si da il tempo di svilupparsi, e poi si inserisce il dorso con la pellicola; nel frattempo le condizioni meteorologiche e di luce cambiano completamente.. ma è un po' il suo bello.
E lì dentro, nelle immagini catturate dentro quel pozzetto, dove ci si muove al contrario e la destra è la sinistra, i prati son fatti di fili d'erba e il greto dei fiumi di ciottoli, e non indistinti mosaici di megapixel grigio chiari e grigooscuri.
Quindi, digressioni a parte, forse il ponte dall'illustrazione alla grafica e' stato tipografico.
Nell'unione tra parole e immagini il testo si ritrova a vivere in uno spazio particolare
poiché non e' li' solo come portatore di un significato semantico.
Ha forma, dimensione, posizione, tensione.
Il significato si relaziona col significante visivo.
Ma volendo può anche perdere completamente il significato,
diventando elemento tra gli altri, un elemento grafico da giocarsi, che incidentalmente può anche leggersi.
le parole scoprono la forma e le forme della forma,
semantica liquida che nel mutare si contamina, reagisce e diviene altro.
Una piccola alchimia... e che invidia per i giapponesi: gli ideogrammi sono già di per se tutte queste cose, e inoltre si può scrivere indistintamente in orizzontale o in verticale
(ma un verticale che non ti porta ad inclinare la testa per doverlo leggere, un verticale "dritto"; insomma, quello che da noi si può usare solo per le scritte Motel o Hotel !)
Anni formidabili gli anni '90.
Un decennio in cui la grafica assumeva connotazioni più ampie rispetto a prima,
nella distanza che si andava creando tra il grafico in senso tradizionale (quello che gli esecutivi dei loghi li aveva fatti fino ad allora con la reprocamera) e il graphic designer
(e in quel verbo: to design, a noi mancante, c'è una reale distinzione, non e' solo esterofilia dei nomi) e i visual artist (dei quali mi sento di far parte) per i quali l'approccio alla composizione e' molto più "pittorico", fatto di masse, ritmi, andamenti e movimenti
..gabbie ? cosa sono ?
C'era gente come Neville Brody che, benché non sia mai stato tra i miei modelli, inventava veramente di tutto.
Sicuramente per la mia "formazione" i più importanti furono i "Why Not Associates" e ovviamente David Carson.
C'era un gran fermento allora, riviste come Emigre e Ray Gun; anni di dibattiti tipografici tra readibility e legibility, tra il "more is more" and "less is more" anni in cui si riscoprivano le fotocopiatrici (meglio se vecchie e col tamburo sporco) e si scansionavano i fax e le macchie delle tazze di caffè.
Dopo i primi anni bui del DTP in cui il massimo erano i fondi marmo rosa ! o peggio
(sì, perché sembra incredibile, ma ci può essere di peggio del marmo rosa) gli sfondi mattone.
Non me ne sto chiamando fuori, l'ho usato anche io il marmo rosa.
Le agenzie di pubblicità le ho frequentate, ma spesso con poco amore..
pensavo (sbagliando) ai pubblicitari come a romanzieri, e a noi grafici come poeti, duri e puri.
Essere un graphic designer (essere, non fare il designer) era per me anche una ricerca; una ricerca di verità.
Dato uno spazio e degli elementi, le riconfigurazioni possibili sono infinite,
ma è come se ve ne fosse una "più" esatta, la "più perfetta" tra tutte;
e nel momento in cui colloco gli elementi in quel modo perfetto...
allora li', in quel luogo accade qualcosa, "accade" una forma di verità.
Non solo nel senso di bellezza come verità, ma perfezione degli spazi, come la soluzione di un'equazione.
Come le geometrie sacre induiste (come i mandala) o pitagoriche come la parola magica o sacra, dove l'esatta collocazione di una serie di lettere genera qualcosa.; come la ricerca del nome di Dio nella qaballah.
In altre parole passavo le giornate a spostare le cose di mezzo millimetro.
Tra le ragioni per cui in pubblicità non mi sono mai trovato è che in fondo di comunicazione non ci capisco mica molto.
Nel senso che spesso mi fermo al passo prima: l'espressione.
L'espressione prescinde dal ricevente (in realtà spesso se ne impippa proprio, se l'immagine funziona funziona, quali spiegazioni, studi di mercato, ricerche e test ti servono ?)
Non che l'espressione sia estemporanea o peggio gratuita (nel senso del fare tanto per fare)
E' solo che non c'è manifesto, non c'è un fine preciso,
se non il fare per dovere (come obbligo x se stessi, nei confronti di se stessi)
E' una necessita' (come quella che Rilke attribuisce alla poesia) di sopravvivenza,
dare corpo a pensieri antropofagi, prima che scavino o mastichino una strada fuori.
Inoltre non ho mai avuto molto progetto o pensiero dietro le mie immagini.
Tutte le volte in cui mi sono messo alla macchina dopo aver progettato, ne uscivano delle creature deboli e moribonde (Un po' come in quei film di fantascienza dove dopo anni di ricerche danno vita a strane clonazioni e la creature appena nata, si guarda un po' attorno stralunata per poi morire, in un urletto asfittico)
Nulla contro chi progetta, ci mancherebbe, è semplicemente che non ne sono capace.
E se una volta sarebbe stata una posizione molto più difficile da difendere, oggi con l'ingresso dei computer le cose sono un po' cambiate.
Vedo l'uso del computer un po' come quello della macchina da scrivere.
A cos'altro serve la macchina da scrivere se non a consentire una scrittura veloce quasi quanto il pensiero e comunque incommensurabilmente più rapida di quella a mano (chiunque sostenga il contrario è solo perché non sa battere a macchina)
Quindi alla macchina (computer) in una sorta di "stream of consciousness", o action painting o scrittura beat, ma con consapevolezza.
Dove migliaia di decisioni vengono prese costantemente, in frazioni di secondo (più piccolo, più in basso, meno verde, lo tolgo ecc) per niente a caso, con un occhio vigile, consapevole e allenato, abituato a guardare centinaia di immagini e a cogliere in tempo reale il cambiamento che subisce l'intera impaginazione a seguito di ognuna di queste decisioni.
Quindi, per non essere frainteso, lontani da quello che si chiama "wild layering".
Va bene l'uso di centinaia di layers, ma non "selvaggiamente", non perdendo mai di vista la composizione.
Coerentemente, anche nella vita non ho mai avuto molto progetto/carriera:
Lo studio dove ho lavorato più a lungo e per il quale ho fatto alcuni dei lavori più importanti la scelsi perché mi piacque la ragazza con cui feci il colloquio, mica per i clienti che avevano :)
Forse non sono in grado di "pensare" una soluzione, posso solo "intuirla".
E l'intuizione, come la mistica, si subisce. Quando arriva, bene; e quando non arriva si usa "il mestiere" per uscirne.
Se i clienti sapessero quante cose vengono pensate (anche a posteriori) per vendere razionalmente delle soluzioni spesso mediocri; le riunioni ad alto livello d'agenzia/cliente sono delle vere performance; l'abilita' nel vendere l'oggetto prescinde completamente dall'oggetto stesso, che spesso viene per ultimo, anziché per primo.
E questa cosa mi ha sempre fatto un po' di fatica.
Quindi immagini (come racconti) che sorgono da sole,
e bussano da dentro quando vogliono uscire.
Mi prendono in prestito, mettono su un disco
e si fanno carne.
La musica e' un elemento essenziale nel momento creativo.
La pagina e' un'architettura per l'occhio, che deve essere invogliato ad abitare, dovrebbe sentirsi a proprio agio (o anche disturbato, purché consapevolmente)
bisogna guidarlo dentro la pagina e non lasciarlo saltellare a caso o perdersi tra gli elementi presenti;
la pagina ha una scansione ritmica nei pieni e nei bianchi
e la musica può aiutare, dando la base a questo ritmo.
Quindi tendo ad ascoltare musiche diverse a seconda del lavoro che devo fare.
La musica giusta per il lavoro giusto.
A proposito dei pieni e nei bianchi..
i bianchi, il bianco meriterebbe un discorso a se
( e qui, chi mi conosce sorride)
Il bianco non è ciò che rimane, ciò che avanza dopo il design.
E' un elemento importante quanto qualunque altro venga inserito (e spesso di più) .
Anche per questo è a volte difficile giudicare per bene un'immagine nella cornice del monitor
Andrebbe sempre stampata e rifilata.
E solo lì, a quel punto si può veramente capire come si respira dentro, se ci si sente soffocare contro i margini, o sballottati in impaginazioni fitte e casuali, o smarriti in un vuoto eccessivo che non è minimalismo, ma miseria.
(confine sottile quello tra essenziale e povero)
Spesso la cosa più difficile per raggiungere lo scopo risulta togliere cose; che un po' ci piacciono ma nuocciono all'insieme, però ci piacciono e vogliamo convincerci che alla fin fine funzionano.
Niente vero, bisogna avere il coraggio di buttare via, un elelemento/momento per il bene dell'insieme... non che mi riesca sempre, a volte cedo e lo tengo.
Ovviamente per immagini che nascono per il monitor o lo schermo il discorso è un po' diverso.
Lì poi c'è, accade, una cosa unica e invidiabile: il movimento.
Ho messo a volte le mani su After Effects, per realizzare qualche "poesia visuale"
ed è un mezzo affascinante, anche perché lì, la musica e il sound design, danno realmente un ritmo alle immagini che scorrono.
Poi mi sono un po' impedito d'usarlo, un po' perché servono macchine "serie" se non si vogliono passare ore a guardare barre di scorrimento, e un po' perché ci mancava solo sviluppassi una dipendenza anche da After Effects per non staccarmi più dal monitor.
Però l'immagine cinetica continua ad attrarmi,
con le sue infinite possibilità narrative.
Sono innamorato del cinema,
soprattutto quello dalle forme asciutte ed etiche,
quello che una volta facevano Bresson e Dreyer
e oggi fanno i Fratelli Dardenne,
o anche Isabel Coixet
mi piacerebbe fare quello.
ma non e' una cosa semplice.
Per ora
scrivo sceneggiature.
(Computer Arts) lo scorso agosto.
In effetti mi avevano dato delle domande,
che però mica ho considerato,
così ho scritto ciò che mi veniva.
- Ah, il grafico..
pubblicitario ?
- No.
perplessità..
- oh.. allora cosa ?
"A quel punto comincio di solito ad elencare una serie d'altre cose
che si possono fare come grafici; logotipi, manifesti, copertine e perché no,
anche (e nel mio caso soprattutto) quadri.
Di solito l'interlocutore fa allora finta di capire,
ma si vede benissimo che mente che non riesce realmente ad inquadrarti.
Mestiere bizzarro quello del grafico.
Mi sarebbe piaciuto disegnare, ma rubando le parole ad Alighiero Boetti, non sono nato col privilegio della mano.
Dopo un' "occhiata" ad architettura entro, con l'idea di diventare illustratore,
in una scuola di grafica.
Allora lauree brevi non ne esistevano, e francamente fare chili di matematica e fisica un due tre, mi sembrava faticosamente inutile.
Mi piaceva l'illustrazione: Mucha, Arthur Rackham, Maxfield Parrish, Frazetta e l'animazione giapponese
(che col suo segno asciutto ed essenziale e' vicina alla grafica quanto all'illustrazione)
Ma anche, e andatevelo a vedere se non lo conoscete, Patrick Nagel.
Nagel faceva a mano ciò che oggi si chiama Vector Art, con un segno non distante da quello dell'animazione (soprattutto quella di oggi più che quella d'allora).
poi purtroppo è morto.
A scuola mi guardo un po' in giro e vedo mani irraggiungibili,
segni che nascono nella bellezza della spontaneità, e io , studiando e sudando anni non ne avrei mai sfiorato l'ombra.
Non che non ci debba essere il sudore e la fatica dello studio, anzi, fatica a chili e sudore a litri, ma non nell'esecuzione.
E' un po' come nella danza, dove ogni gesto deve apparire facile e leggero, e non deve mai tradire la fatica, come se la gravità non esistesse: è quest'illusione uno dei suoi elementi di fascino.
Quindi a vent'anni prendo in mano un mouse,
e photoshop 2 ! Nasce un amore che dura da quindici anni
ora photoshop e' alla versione 8 e io alla punto35.
L'empatia con la macchina in realtà c'è sempre stata..
ad undici anni programmavo su un Texas Instruments TI99/4A e un Apple IIC ancora funzionante illumina di modernariato il mio tavolo coi suoi fosfori verdi, sui quali ho lasciato un bel po' di diottrie.
Quindi lascio la scuola e mi metto "a bottega", come una volta.
Mettere le mani nel mestiere da subito, un mestiere che ancora non si conosce, e che si apprende per osmosi quotidianamente, tenendo gli occhi e le orecchie aperte, e continuando a fare domande anche passandoci da stupidi, non importa.
poi, la fortuna e' spesso
nell'incontro con persone
che non posso non ringraziare.
L'inizio di tutto e' con Alexander Koban (allora IMAGIC) che a meta' anni '90 mi fa lavorare su un Paintbox; mettendomi praticamente un mestiere in mano. (grazie :)
Macchina fantascientifica per gli standard di allora.
Costava intorno al miliardo (lire, no euro), stava in una stanza "criogenica", aveva un monitor Barco da 29" che valeva come una BMW e una tavoletta grafica che rispetto alle "clave" che circolavano allora sembrava uscita dall'area 51.
Li' e' la base e l'inizio di tutto: la manipolazione dell'immagine:
abbandonata (ma mai del tutto, neanche oggi) l'idea di crearle da zero, nel segno del disegno, accetto di rielaborare a partire da foto.
Ma in quei fotomontaggi (soprattutto quello si faceva,e dove ho imparato a fare le maschere per bene, mica cose tagliate con l'accetta) che baravano sulla realtà mancava qualcosa.
Erano la base tecnica che mi sarebbe servita per fare altro, ma erano solo la metà del tutto.
L'altra meta' è arrivata dall'amore per la parola; la tipografia e la grafica.,
l'incontro col poeta Giancarlo Majorino (che oltre ad essere uno dei più grandi poeti italiani è un vero maestro di vita)
e poi, con David Carson (più con i suoi lavori più che con lui :)
Dell'incontro con Carson devo ringraziare (e certo non solo per questo) Guerino Delfino, ora CEO Ogilvy Italia, che poi nel 2000 mi fa fare anche l'intero design per la Biennale Di Venezia.
Last, but not Least il fotografo Giovanni Gastel, che mi lascia posare gli occhi e mettere le mani su immagini di rara bellezza, e tra le tante cose che mi fa scoprire, la vera "alta definizione": banco ottico 20x25, niente compromessi !
Sara' che non è digitale, sarà che dentro un banco ottico si vede una realtà di tale bellezza e ricchezza; comunque sia il piacere e il desiderio dell'analogico spesso si fa sentire e ritorna:
torna nella voglia d'usare fogli d'acquerello che si increspano con l'acqua, vergati dal segno della grafite; che se li tocchi, se ci passi sopra le dita si spande,
e l'undo non c'è mica.
Il tatto e' un elemento importante nel mio lavoro.
Quando provo a spiegare che la scelta di un carta non è solo una variazione sulla resa cromatica, ma anche e soprattutto una differenza di percezione psicologica, quando il lavoro viene tenuto in mano o sfogliato.
E forse la materia è ciò che mi ha sempre tenuto un po' lontano dal web,
non che non ne abbia fatto, ma senza troppa convinzione;
Erano poi periodi abbastanza "pionieristici": flash non esisteva, la connessione sembrava fatta con due bicchieri di plastica attaccati per un filo, e il sito lo vedevi completamente diverso su macchine diverse.
Ovvero variavano in maniera aleatoria i pesi della composizione: cosa inaccettabile per un designer no ?
E, altrettanto importante, il lavoro e' ovunque e in nessun luogo e se poi provi a stamparlo e' piccolo piccolo.
Ora il panorama e' completamente diverso e chissà che non mi ci rimetta.
Certo ho una macchina digitale, che pratica è pratica, ci mancherebbe; è uno splendido scanner tridimensionale !
Ma le Foto le faccio con una vecchia Hasselblad (medioformato, 6x6)
Non ha neanche un esposimetro, e per avere un'idea della foto che verrà anziché avere uno schermino a lcd, si mette un dorso Plaroid; si scatta, gli si da il tempo di svilupparsi, e poi si inserisce il dorso con la pellicola; nel frattempo le condizioni meteorologiche e di luce cambiano completamente.. ma è un po' il suo bello.
E lì dentro, nelle immagini catturate dentro quel pozzetto, dove ci si muove al contrario e la destra è la sinistra, i prati son fatti di fili d'erba e il greto dei fiumi di ciottoli, e non indistinti mosaici di megapixel grigio chiari e grigooscuri.
Quindi, digressioni a parte, forse il ponte dall'illustrazione alla grafica e' stato tipografico.
Nell'unione tra parole e immagini il testo si ritrova a vivere in uno spazio particolare
poiché non e' li' solo come portatore di un significato semantico.
Ha forma, dimensione, posizione, tensione.
Il significato si relaziona col significante visivo.
Ma volendo può anche perdere completamente il significato,
diventando elemento tra gli altri, un elemento grafico da giocarsi, che incidentalmente può anche leggersi.
le parole scoprono la forma e le forme della forma,
semantica liquida che nel mutare si contamina, reagisce e diviene altro.
Una piccola alchimia... e che invidia per i giapponesi: gli ideogrammi sono già di per se tutte queste cose, e inoltre si può scrivere indistintamente in orizzontale o in verticale
(ma un verticale che non ti porta ad inclinare la testa per doverlo leggere, un verticale "dritto"; insomma, quello che da noi si può usare solo per le scritte Motel o Hotel !)
Anni formidabili gli anni '90.
Un decennio in cui la grafica assumeva connotazioni più ampie rispetto a prima,
nella distanza che si andava creando tra il grafico in senso tradizionale (quello che gli esecutivi dei loghi li aveva fatti fino ad allora con la reprocamera) e il graphic designer
(e in quel verbo: to design, a noi mancante, c'è una reale distinzione, non e' solo esterofilia dei nomi) e i visual artist (dei quali mi sento di far parte) per i quali l'approccio alla composizione e' molto più "pittorico", fatto di masse, ritmi, andamenti e movimenti
..gabbie ? cosa sono ?
C'era gente come Neville Brody che, benché non sia mai stato tra i miei modelli, inventava veramente di tutto.
Sicuramente per la mia "formazione" i più importanti furono i "Why Not Associates" e ovviamente David Carson.
C'era un gran fermento allora, riviste come Emigre e Ray Gun; anni di dibattiti tipografici tra readibility e legibility, tra il "more is more" and "less is more" anni in cui si riscoprivano le fotocopiatrici (meglio se vecchie e col tamburo sporco) e si scansionavano i fax e le macchie delle tazze di caffè.
Dopo i primi anni bui del DTP in cui il massimo erano i fondi marmo rosa ! o peggio
(sì, perché sembra incredibile, ma ci può essere di peggio del marmo rosa) gli sfondi mattone.
Non me ne sto chiamando fuori, l'ho usato anche io il marmo rosa.
Le agenzie di pubblicità le ho frequentate, ma spesso con poco amore..
pensavo (sbagliando) ai pubblicitari come a romanzieri, e a noi grafici come poeti, duri e puri.
Essere un graphic designer (essere, non fare il designer) era per me anche una ricerca; una ricerca di verità.
Dato uno spazio e degli elementi, le riconfigurazioni possibili sono infinite,
ma è come se ve ne fosse una "più" esatta, la "più perfetta" tra tutte;
e nel momento in cui colloco gli elementi in quel modo perfetto...
allora li', in quel luogo accade qualcosa, "accade" una forma di verità.
Non solo nel senso di bellezza come verità, ma perfezione degli spazi, come la soluzione di un'equazione.
Come le geometrie sacre induiste (come i mandala) o pitagoriche come la parola magica o sacra, dove l'esatta collocazione di una serie di lettere genera qualcosa.; come la ricerca del nome di Dio nella qaballah.
In altre parole passavo le giornate a spostare le cose di mezzo millimetro.
Tra le ragioni per cui in pubblicità non mi sono mai trovato è che in fondo di comunicazione non ci capisco mica molto.
Nel senso che spesso mi fermo al passo prima: l'espressione.
L'espressione prescinde dal ricevente (in realtà spesso se ne impippa proprio, se l'immagine funziona funziona, quali spiegazioni, studi di mercato, ricerche e test ti servono ?)
Non che l'espressione sia estemporanea o peggio gratuita (nel senso del fare tanto per fare)
E' solo che non c'è manifesto, non c'è un fine preciso,
se non il fare per dovere (come obbligo x se stessi, nei confronti di se stessi)
E' una necessita' (come quella che Rilke attribuisce alla poesia) di sopravvivenza,
dare corpo a pensieri antropofagi, prima che scavino o mastichino una strada fuori.
Inoltre non ho mai avuto molto progetto o pensiero dietro le mie immagini.
Tutte le volte in cui mi sono messo alla macchina dopo aver progettato, ne uscivano delle creature deboli e moribonde (Un po' come in quei film di fantascienza dove dopo anni di ricerche danno vita a strane clonazioni e la creature appena nata, si guarda un po' attorno stralunata per poi morire, in un urletto asfittico)
Nulla contro chi progetta, ci mancherebbe, è semplicemente che non ne sono capace.
E se una volta sarebbe stata una posizione molto più difficile da difendere, oggi con l'ingresso dei computer le cose sono un po' cambiate.
Vedo l'uso del computer un po' come quello della macchina da scrivere.
A cos'altro serve la macchina da scrivere se non a consentire una scrittura veloce quasi quanto il pensiero e comunque incommensurabilmente più rapida di quella a mano (chiunque sostenga il contrario è solo perché non sa battere a macchina)
Quindi alla macchina (computer) in una sorta di "stream of consciousness", o action painting o scrittura beat, ma con consapevolezza.
Dove migliaia di decisioni vengono prese costantemente, in frazioni di secondo (più piccolo, più in basso, meno verde, lo tolgo ecc) per niente a caso, con un occhio vigile, consapevole e allenato, abituato a guardare centinaia di immagini e a cogliere in tempo reale il cambiamento che subisce l'intera impaginazione a seguito di ognuna di queste decisioni.
Quindi, per non essere frainteso, lontani da quello che si chiama "wild layering".
Va bene l'uso di centinaia di layers, ma non "selvaggiamente", non perdendo mai di vista la composizione.
Coerentemente, anche nella vita non ho mai avuto molto progetto/carriera:
Lo studio dove ho lavorato più a lungo e per il quale ho fatto alcuni dei lavori più importanti la scelsi perché mi piacque la ragazza con cui feci il colloquio, mica per i clienti che avevano :)
Forse non sono in grado di "pensare" una soluzione, posso solo "intuirla".
E l'intuizione, come la mistica, si subisce. Quando arriva, bene; e quando non arriva si usa "il mestiere" per uscirne.
Se i clienti sapessero quante cose vengono pensate (anche a posteriori) per vendere razionalmente delle soluzioni spesso mediocri; le riunioni ad alto livello d'agenzia/cliente sono delle vere performance; l'abilita' nel vendere l'oggetto prescinde completamente dall'oggetto stesso, che spesso viene per ultimo, anziché per primo.
E questa cosa mi ha sempre fatto un po' di fatica.
Quindi immagini (come racconti) che sorgono da sole,
e bussano da dentro quando vogliono uscire.
Mi prendono in prestito, mettono su un disco
e si fanno carne.
La musica e' un elemento essenziale nel momento creativo.
La pagina e' un'architettura per l'occhio, che deve essere invogliato ad abitare, dovrebbe sentirsi a proprio agio (o anche disturbato, purché consapevolmente)
bisogna guidarlo dentro la pagina e non lasciarlo saltellare a caso o perdersi tra gli elementi presenti;
la pagina ha una scansione ritmica nei pieni e nei bianchi
e la musica può aiutare, dando la base a questo ritmo.
Quindi tendo ad ascoltare musiche diverse a seconda del lavoro che devo fare.
La musica giusta per il lavoro giusto.
A proposito dei pieni e nei bianchi..
i bianchi, il bianco meriterebbe un discorso a se
( e qui, chi mi conosce sorride)
Il bianco non è ciò che rimane, ciò che avanza dopo il design.
E' un elemento importante quanto qualunque altro venga inserito (e spesso di più) .
Anche per questo è a volte difficile giudicare per bene un'immagine nella cornice del monitor
Andrebbe sempre stampata e rifilata.
E solo lì, a quel punto si può veramente capire come si respira dentro, se ci si sente soffocare contro i margini, o sballottati in impaginazioni fitte e casuali, o smarriti in un vuoto eccessivo che non è minimalismo, ma miseria.
(confine sottile quello tra essenziale e povero)
Spesso la cosa più difficile per raggiungere lo scopo risulta togliere cose; che un po' ci piacciono ma nuocciono all'insieme, però ci piacciono e vogliamo convincerci che alla fin fine funzionano.
Niente vero, bisogna avere il coraggio di buttare via, un elelemento/momento per il bene dell'insieme... non che mi riesca sempre, a volte cedo e lo tengo.
Ovviamente per immagini che nascono per il monitor o lo schermo il discorso è un po' diverso.
Lì poi c'è, accade, una cosa unica e invidiabile: il movimento.
Ho messo a volte le mani su After Effects, per realizzare qualche "poesia visuale"
ed è un mezzo affascinante, anche perché lì, la musica e il sound design, danno realmente un ritmo alle immagini che scorrono.
Poi mi sono un po' impedito d'usarlo, un po' perché servono macchine "serie" se non si vogliono passare ore a guardare barre di scorrimento, e un po' perché ci mancava solo sviluppassi una dipendenza anche da After Effects per non staccarmi più dal monitor.
Però l'immagine cinetica continua ad attrarmi,
con le sue infinite possibilità narrative.
Sono innamorato del cinema,
soprattutto quello dalle forme asciutte ed etiche,
quello che una volta facevano Bresson e Dreyer
e oggi fanno i Fratelli Dardenne,
o anche Isabel Coixet
mi piacerebbe fare quello.
ma non e' una cosa semplice.
Per ora
scrivo sceneggiature.
Nebraskanoir
NEBRASKANOIR
PROLOGO
Sta a isola nel nulla
cinto di pietre a secco
che sembrano
il sorriso d'un vecchio
SCENA 01
Zerocinquetrentotto
cielo grigio cobalto
l'alba arriva
con quel suo odore di deserto che cambia odore
deserto
di sassi, cespugli e arbusti
a perdita d'occhio.
La strada nera lavagna che s'incendia.
Rombo
gomma e ciottoli.
Nera,
a pelo d'asfalto
che spugna fuori acqua
al passo delle ruote
una Pontiac Trans Am del '74
sfreccia
110 miglia l'ora
fisse.
il parabrezza un'ecatombe d'insetti e terra
per un lampo riflette un cartello
come gettato dall'alto a lato della strada
ma resta indietro
inchiodato
asta dado due bulloni cartello e tre fori
tutto
rigorosamente
arrugginito
fori a parte.
Statale 45
si legge.
Sul sedile
di fianco al guidatore
un pacchetto di sigarette
un accendino
e una Beretta Cougar.
Sul sedile del guidatore
Mikey T.J. Benson
abbandonata sul sedile di dietro
bellissima
Fyona Benson
sua moglie.
E' vestita da sposa
ha le mani e i piedi legati
e quattro fori di proiettile nel petto
le gomme a 110 miglia scagliano ciottoli in ogni direzione.
8 miglia più a nord
sopra ai grilli
gracchiare di radio
quattro uomini,
nelle condense dei loro fiati
avvolti in luci blu-rosse roteanti
e giacche marroni
che il deserto e' così
un attimo prima crepi dal freddo
un attimo dopo dal caldo
e comunque a casa si stava meglio, damn god.
Fred Lowson, sceriffo della contea
ha disposto un posto di blocco
si sono disposti
per l'appunto
all'incrocio 47
Lui, Kormey, Grison e Luke
e tre macchine
- a tenaglia greca !
se ne esce Fred;
cose che avrà visto su discovery
- impenetrabile !
i fari dei tetti verso la strada
e loro dietro
i fucili a pompa in mano
in attesa.
Silenzio
grilli a parte
e animali
insomma il deserto che respira
ma niente d'altro
poi
lontano
rumore
- arriva, arriva !
grida Luke
Kormey lo colpisce sul coppino
Fred controlla che il fucile abbia il colpo in canna
s'inginocchia
gomiti sul cofano
sputa per terra
e aspetta.
Luke tace pensando al calore della sua casa
e al seno della sua donna.
Grison si caga addosso.
115 miglia l'ora
nera, la Pontiac, un'enorme aquila sul cofano
esplode cespugli
spaccando la strada.
Fred Lowson sputa per terra
Mikey T.J. Benson
fissa
dritta
la lama della strada
porta una mano alla radio
"I met her on the strip three years ago
In a camaro with this dude from l.a.
I blew that camaro off my back
and drove that little girl away..."
aggiusta lo specchietto
anche da morta e' bellissima.
SCENA 02
Ci sono molte angolazioni da cui guardare una pistola.
Nessuna
e' peggiore di questa.
Ventidue e dieci.
Bianche
luci da drugstore,
sopra la cassa una telecamera
che un poco
fuma ancora.
Di fianco alla cassa
in tenuta da football
la foto di Rurkey Jamson,
il gestore,
quando era una star del college;
il vetro non c'è più,
come pure la faccia
al posto
un buco
ma grosso
e il muro.
Alla cassa
ventun anni faccia da libri
tre penne infilate nel taschino
e la targhetta
Timothy Jamson
trema
vistosamente
Ci sono molte angolazioni da cui guardare una pistola.
Nessuna
e' peggiore di questa;
a quindici centimetri dal suo terzo occhio
rigata,
lucida e implacabile
la canna di una Beretta Cougar
la mano che la tiene e' ferma
l'altra
abbraccia una donna vestita da sposa
capelli castani
occhi verdi e veloci.
Domani ha l'esame di fisica
Timothy
e trema
vistosamente
a volte
lei gli getta
occhiate furbe
ma dolci
piccoli salvagenti
ai quali si aggrappa
per riposare un poco
in quella tempesta in cui e' finito.
- Timothy !,
dice lui, indicando la targhetta con la pistola
me li dai questi cazzo di soldi
o no !?
per favore...
Con una mano che ci potresti montare la panna
gli porge settenatacinque dollari
monetine escluse.
- Ti prego, non mi uccidere
gli scendono lacrime
come topi che abbandonanao la nave
che affonda
- E perché cazzo dovrei ucciderti ?
- Timothy, mi regali un pacchetto di marlboro ?
gli dice lei
dolcissima
porte in alluminio e vetro
escono
lei, una stecca sotto braccio.
Pontiac Trans Am
nera
di sfondo
abbracciati si baciano
lingue nelle lingue
scena anche romantica
pistola inclusa
non fosse forse per Rurkey Jamson,
centodieci chili
sdraiati sotto la pompa quattro
una pistola di fianco
e gran parte del cervello
spalmato sino alla pompa cinque.
salgono in macchina
"..Now I ain't sayin' that makes me an innocent man
But it was more 'n all this that put that gun in my hand.."
SCENA 03
Pioggia
pioggia su tettoia e lamiera
pioggia sul ballatoio in legno
sulla scritta al neon
pioggia sul fango del parcheggio
e sulla macchina
ferma
a motore acceso.
incessante e potente
densa
e ipnotica.
pioggia.
Il motel e' tristezza istituzionalizzata
un motel immerso in un diluvio
e' un'isola d'angoscia.
venti stanze su due piani
fuori vernice verde che si scrosta
dentro
odore di chiuso
e un arredo che ti preme sul petto.
un distributore di ghiaccio e uno di soda vicino alle scale
e fango
ovunque.
gratis.
Nella macchina c'è umida condensa di respiri
e vestiti bagnati
- cosa pensi di fare ?
gli sussurra soffiandogli nell'orecchio,
mentre lo sfiora con le labbra morbide,
il piccolo muso al riparo tra i suoi capelli.
Lui smette per un attimo di baciarle il collo
la guarda negli occhi
- credo che dovremmo sposarci
le dice
- Se vi viene fame a sole due miglia verso sud c'è una tavola calda
si chiude dietro la porta.
Un vecchio gentile in fondo
forse un po' strano
ma può non esserlo o non diventarlo
chi lavora di notte in un posto come questo ?
Mikey T.J. Benson si toglie il giubbotto bagnato
si slaccia entrambe le fondine
ne estrae una Beretta Cougar Inox
che poggia sul tavolo
e una Magnum Desert Eagle
che infila in un cassetto.
si svuota le tasche
quindici dollari e due fazzoletti usati in una.
Un accendino, un foglio con un indirizzo e due scatole di cartucce
nell'altra.
Si toglie gli stivali
Lei apre
l'acqua della vasca
ne esce
acqua rossa.
Prende la beretta
e si sdraia stanco sul letto aspettando
- Vieni ?
gli dice lei
fanno il bagno, amandosi con passione.
Albeggia e ha smesso di piovere
si buttano sul letto,
lei canta
piano
"I want to sleep beneath peaceful skies in my lover's bed
with a wide open country in my eyes
and these romantic dreams in my head"
si addormentano abbracciati
e fuori dalla finestra
a perdita d'occhio il Nebraska.
SCENA 04
La tavola calda e' rari
camionisti frettolosi
e una brutta signora di mezza età,
cento sigarette e modi sgarbati
French toast con sciroppo d'acero, del bacon, due spremute d'arancia.
Il caffè' e' di default.
le mosche in omaggio.
Dal tavolo
poggiato alla vetrata
vedono la statale,
le macchine passare
con tutte quelle
vite dentro.
Passa un camion
di quelli giganteschi che attraversano il paese
con dietro
come addormentati
tronchi per milioni
di anni.
Macchina dello sceriffo della contea
svolta
e posteggia quasi sotto il loro tavolo.
- Lo sai,
gli dice lei
- Lo sceriffo entra sempre nella tavola calda
succede in tutti i film
Lo sceriffo e' divisa abbondante, baffi mogi, cappellone che lo nasconde per meta'
e pistola che tocca le ginocchia.
entra, passo strascicato
che gli sceriffi si credono tutti cowboy
ma sembra si siano cagati nei pantaloni.
getta l'istituzionale occhiata di circostanza
- 'giorno Betty
mentre si arrampica sullo sgabello,
- 'orno sceriffo
le risponde.
Mikey si accende una sigaretta
- cazzochebuona,
la prima della giornata
lei gli sorride, gli sfiora
con la mano la mano,
glie la ruba, lo bacia e va al jukebox,
fumandosela.
Dio, quanto la ama.
si china
un poco
a leggerne le canzoni
osservata
da tutti.
infila un quarto di dollaro
preme due tasti
torna al tavolo
sorridendo allo sceriffo.
"I come from down in the valley where mister when you're young
They bring you up to do like your daddy done..."
- Che cazzo di canzone !
dice lui ad alta voce
girandosi un poco per cercare quella gran figa.
incontra pero' gli occhi di Mikey T.J. Benson
che lei gli e' di spalle.
E' l'ultima cosa che gli si sente dire
escludendo quello strozzato "porc.. !"
che gli si lancio' fuori dalla bocca assieme ad alcune gocce di sangue
mentre quindici centimetri di acciaio
gli aravano l'intestino.
Ma non e' omologabile.
SCENA 05
Mikey T.J. Benson ha la faccia sul marciapiede,
due costole incrinate
una probabile emorragia interna
e il volto così tumefatto che gli occhi non si aprono.
piove
e sotto di lui rosse
pozze di sangue diluito.
- Hai capito o no !?
pezzo di merda !
calcio
rivoglio i miei soldi
calcio
Sono in quattro
grossi
molto grossi
e pieni di cocaina.
Ma non basta questo a spiegare la scena.
Lo scrosciare dell'acqua gli rimbomba nella testa
mentre il dolore gli percorre tutto il corpo
respira a fatica
la bocca nel fango vermiglio.
l'ultima volta che ne aveva sentito il sapore aveva sette anni
e giuro' allora che non sarebbe mai più accaduto.
Donald Johnson, un suo compagno di scuola gli teneva un piede sulla testa deridendolo.
aveva preso le difese di Sarah che quel gigantesco ciccione ripetente molestava
com'era carina Sarah..
il mattino dopo lo aspettava fuori di casa sua
per risolverla
in maniera pulita.
sorride
sente ancora più male
erano le donne a farlo finire con la faccia nel fango
ride
cazzo che male !
- Cazzo ridi stronzo ?
calcio
tutto comincia a roteare
- Che minchia ci facciamo con sto' stronzo adesso ?
- Beh cominciamo col fargli la macchina
quanto meno
- Pessima idea !
voce di donna
alle loro spalle
Bella come un angelo caduto
in un cappotto di pelle nera,
i lunghi capelli bagnati incollati al viso
gli occhi verdi e veloci
e una Colt Diamondback cal. 38 in mano.
- Ora io e lui ce ne andiamo
e fra sette giorni voi avrete i vostri cazzo di soldi
chiaro ?
spara a due centimetri dal piede al più idiota dei quattro
che ce ne e' sempre uno idiota
chiaro ?
- Fra una settimana puta
fra una settimana...
Spiove
passa una macchina
dai finestrini esce una canzone
"...Promise me baby you won't let them find us
Hold me in your arms, let's let our love blind us
Cover me, shut the door and cover me
Well I'm looking for a lover who will come on in and cover me.."
SCENA 06
Bianche lenzuola
screziate di sangue
avvolgono come un sudario
quello che sembra un cristo deposto.
Seduta
ai piedi del letto
la sua Magdala
che a fatica
si può pensarne la vera più bella.
Con tutto il rispetto.
Pareti di parato verde
soffitto a bolle esplose
e un lampadario ventilatore
aggrappato
sputacchia una polvere di luce giallastra.
Sotto medicine e garze
un comodino
e sotto
moquette
da stare attenti
che ti distrai un attimo
e rimani inglobato
nello schifo stratificato.
La stanza, anonima d'albergo,
li nasconde da quattro giorni.
Fuori dalle persiane ogni tanto ancora piove.
Lei gli passa lenta
un panno sulla fronte
e sul petto
e lo bacia.
pensando
che non conosce neppure il suo nome.
dalla stanza di fianco arriva una canzone
" Lying in the heat of the night like prisoners all our lives
I get shivers down my spine and all I wanna do is hold you tight.."
SCENA 07
Il chiosco dei fiori
e' un casotto di plexiglas e lamiera.
Tutto
accuratamente fuori squadra.
Dentro
infilati e depressi
in attesa
di quel secco cellophane con sovrastampe verdi e blu
e del cappio di stagnola
fiori
presumibilmente.
Il tutto
inclusa l'idea d'averci a che fare
un'agonia.
- Che faccia seria hai
gli dice la bambina,
Cinque sei anni, lunghi capelli castani a boccoli
e due grandi occhi scuri.
- eppure non sono fiori da facceserie
quelli
indica col ditino le rose
mentre impercettibilmente si morde il labbro guardandolo pensosa.
Erano tra le rose più tristi che entrambi avessero mai visto
certo le più agonizzanti che lui avesse mai comprato
ma alternative non ce ne erano
non a Eckard alle cinque di pomeriggio di una giornata di merda come quella.
si guardano e scoppiano a ridere
complici
- Sono per una donna...
- E' morta ?
gli dice lei,
col suono di parole come neve.
lasciandolo di ghiaccio.
La guarda sorpreso
- Sono sei anni..
- Se l'ami ancora così tanto magari lei ti aiuterà ad incontrarne un'altra..
che chi ci ama vuole il nostro bene.
- Fanno sette dollari
gli dice il proprietario
prendendoli
con quelle sue mani grosse tutte un taglio e un cerotto.
La bambina non c'è più.
Si volta
la sua Trans Am nera
almeno c'è ancora
Finestrini abbassati,
ci passa di fianco e poggia delicatamente i fiori
sul sedile davanti
prosegue
entrando in un seveneleven.
Alle sue spalle
rapida una donna
passa di fianco alla macchina
vi getta dentro una borsa di pelle
che cade
ai piedi del sedile posteriore.
Si ferma una frazione di secondo a guardare
pesci spiaggiati da giorni
quelle stremate rose rosse
e prosegue oltre a passo spedito.
ma un poco sorridono
i suoi
occhi verdi.
SCENA 08
Spento
lampadario ventilatore
aggrappato
doppiamente inutile
spento.
Fuori dalle persiane non piove,
e attraverso
il sole
entra a tagli tra le lenzuola
a curvaluce sulla pelle,
sulle pelli.
Tatuato
un ouroboros
in tondo come un occhio che ti guarda
drago che si mangia la coda
tatuato
si agita,
sotto
i muscoli della schiena
in azione;
gli avambracci
tesi
che si tuffano tra le lenzuola dietro la sua morbida
schiena inarcata
la testa abbandonata all'indietro
occhi nell'acqua
mentre a piccoli morsi le sugge i capezzoli
possedendola.
SCENA 09
Visi nei visi
apre gli occhi nel tepore del suo respiro.
Tra scatole di medicine chiazza
di fosfori verdi
ventidue e trenta.
La bacia sugli occhi
- Dobbiamo andare
le sussurra piano
lasciando cadere
a piume le parole
in quell'orecchio da mordere
addormentato tra i capelli.
Assonnata
esce dalle lenzuola
morbida e sinuosa
languida
gatta.
Si guardano
occhi negli occhi
nei loro volti stanchi
e si baciano ancora
ma senza toccarsi,
che si sa come vanno queste cose.
e ridono.
Epilogo
Scena 10
Sta a isola nel nulla
cinto di pietre a secco
che sembrano
il sorriso d'un vechio
il cimitero di Danbury.
Sfiniti fiori di plastica,
che più tristi
son solo i ceri elettrici,
come scheletri
infilati alle ginocchia in urne di latta
vegliano.
Nell'ora in cui le cose
rincontrano la loro ombra
siede
boccoli di capelli castani
una bambina
Nel volto raccolto
i grandi occhi scuri
fissi all'orizzonte
a interrogarlo,
spandono
a polline
piccole
lacrime nel vento.
mentre un poco si morde il labbro.
I piedi a penzoloni
che la lapide e' più alta di lei.
la piccola mano
posa a piuma
sulla tomba del suo amore
la rosa più bella che la terra abbia fatto
che per un attimo
tutto tace
e il cielo si ferma
a guardare in silenzio.
Postfazione
ovvero
parliamoci un po' addosso.
(...)
le parti non descritte non sono buchi, non sono mancanze;
sono regali all'anima del lettore, che nella prima scena e' probabilmente certo che qualcuno abbia fatto qualcosa
ma nella decima, e sono io ad esserne abbastanza certo, non lo sarà più tanto.
(...)
Le citazioni in inglese alla fine d'ogni scena sono tratte da canzoni di Bruce Springsteen,
cantore del sottoproletariato statunitense
che peraltro non disdegna storie di reietti e sconfitti
L'ambientazione e' una piantina del Nebraska scaricata da internet;
è finta, come tutto il resto, che del resto, e' un romanzo;
l'ambientazione e' scusa e pretesto, possibilità di caricare psicologicamente delle situazioni,
permettere degli accadimenti legandone lo svolgimento a luoghi (evocativi).
Il resto e' solo straripante io trasfigurato, che chi scrive e' tutto e tutti:
i sassi del deserto e la pioggia che cade,
un macchina che sfreccia, un motel che si scrosta e un maledetto che muore.
milano, venticinqueagostoduemilaquattro.
PROLOGO
Sta a isola nel nulla
cinto di pietre a secco
che sembrano
il sorriso d'un vecchio
SCENA 01
Zerocinquetrentotto
cielo grigio cobalto
l'alba arriva
con quel suo odore di deserto che cambia odore
deserto
di sassi, cespugli e arbusti
a perdita d'occhio.
La strada nera lavagna che s'incendia.
Rombo
gomma e ciottoli.
Nera,
a pelo d'asfalto
che spugna fuori acqua
al passo delle ruote
una Pontiac Trans Am del '74
sfreccia
110 miglia l'ora
fisse.
il parabrezza un'ecatombe d'insetti e terra
per un lampo riflette un cartello
come gettato dall'alto a lato della strada
ma resta indietro
inchiodato
asta dado due bulloni cartello e tre fori
tutto
rigorosamente
arrugginito
fori a parte.
Statale 45
si legge.
Sul sedile
di fianco al guidatore
un pacchetto di sigarette
un accendino
e una Beretta Cougar.
Sul sedile del guidatore
Mikey T.J. Benson
abbandonata sul sedile di dietro
bellissima
Fyona Benson
sua moglie.
E' vestita da sposa
ha le mani e i piedi legati
e quattro fori di proiettile nel petto
le gomme a 110 miglia scagliano ciottoli in ogni direzione.
8 miglia più a nord
sopra ai grilli
gracchiare di radio
quattro uomini,
nelle condense dei loro fiati
avvolti in luci blu-rosse roteanti
e giacche marroni
che il deserto e' così
un attimo prima crepi dal freddo
un attimo dopo dal caldo
e comunque a casa si stava meglio, damn god.
Fred Lowson, sceriffo della contea
ha disposto un posto di blocco
si sono disposti
per l'appunto
all'incrocio 47
Lui, Kormey, Grison e Luke
e tre macchine
- a tenaglia greca !
se ne esce Fred;
cose che avrà visto su discovery
- impenetrabile !
i fari dei tetti verso la strada
e loro dietro
i fucili a pompa in mano
in attesa.
Silenzio
grilli a parte
e animali
insomma il deserto che respira
ma niente d'altro
poi
lontano
rumore
- arriva, arriva !
grida Luke
Kormey lo colpisce sul coppino
Fred controlla che il fucile abbia il colpo in canna
s'inginocchia
gomiti sul cofano
sputa per terra
e aspetta.
Luke tace pensando al calore della sua casa
e al seno della sua donna.
Grison si caga addosso.
115 miglia l'ora
nera, la Pontiac, un'enorme aquila sul cofano
esplode cespugli
spaccando la strada.
Fred Lowson sputa per terra
Mikey T.J. Benson
fissa
dritta
la lama della strada
porta una mano alla radio
"I met her on the strip three years ago
In a camaro with this dude from l.a.
I blew that camaro off my back
and drove that little girl away..."
aggiusta lo specchietto
anche da morta e' bellissima.
SCENA 02
Ci sono molte angolazioni da cui guardare una pistola.
Nessuna
e' peggiore di questa.
Ventidue e dieci.
Bianche
luci da drugstore,
sopra la cassa una telecamera
che un poco
fuma ancora.
Di fianco alla cassa
in tenuta da football
la foto di Rurkey Jamson,
il gestore,
quando era una star del college;
il vetro non c'è più,
come pure la faccia
al posto
un buco
ma grosso
e il muro.
Alla cassa
ventun anni faccia da libri
tre penne infilate nel taschino
e la targhetta
Timothy Jamson
trema
vistosamente
Ci sono molte angolazioni da cui guardare una pistola.
Nessuna
e' peggiore di questa;
a quindici centimetri dal suo terzo occhio
rigata,
lucida e implacabile
la canna di una Beretta Cougar
la mano che la tiene e' ferma
l'altra
abbraccia una donna vestita da sposa
capelli castani
occhi verdi e veloci.
Domani ha l'esame di fisica
Timothy
e trema
vistosamente
a volte
lei gli getta
occhiate furbe
ma dolci
piccoli salvagenti
ai quali si aggrappa
per riposare un poco
in quella tempesta in cui e' finito.
- Timothy !,
dice lui, indicando la targhetta con la pistola
me li dai questi cazzo di soldi
o no !?
per favore...
Con una mano che ci potresti montare la panna
gli porge settenatacinque dollari
monetine escluse.
- Ti prego, non mi uccidere
gli scendono lacrime
come topi che abbandonanao la nave
che affonda
- E perché cazzo dovrei ucciderti ?
- Timothy, mi regali un pacchetto di marlboro ?
gli dice lei
dolcissima
porte in alluminio e vetro
escono
lei, una stecca sotto braccio.
Pontiac Trans Am
nera
di sfondo
abbracciati si baciano
lingue nelle lingue
scena anche romantica
pistola inclusa
non fosse forse per Rurkey Jamson,
centodieci chili
sdraiati sotto la pompa quattro
una pistola di fianco
e gran parte del cervello
spalmato sino alla pompa cinque.
salgono in macchina
"..Now I ain't sayin' that makes me an innocent man
But it was more 'n all this that put that gun in my hand.."
SCENA 03
Pioggia
pioggia su tettoia e lamiera
pioggia sul ballatoio in legno
sulla scritta al neon
pioggia sul fango del parcheggio
e sulla macchina
ferma
a motore acceso.
incessante e potente
densa
e ipnotica.
pioggia.
Il motel e' tristezza istituzionalizzata
un motel immerso in un diluvio
e' un'isola d'angoscia.
venti stanze su due piani
fuori vernice verde che si scrosta
dentro
odore di chiuso
e un arredo che ti preme sul petto.
un distributore di ghiaccio e uno di soda vicino alle scale
e fango
ovunque.
gratis.
Nella macchina c'è umida condensa di respiri
e vestiti bagnati
- cosa pensi di fare ?
gli sussurra soffiandogli nell'orecchio,
mentre lo sfiora con le labbra morbide,
il piccolo muso al riparo tra i suoi capelli.
Lui smette per un attimo di baciarle il collo
la guarda negli occhi
- credo che dovremmo sposarci
le dice
- Se vi viene fame a sole due miglia verso sud c'è una tavola calda
si chiude dietro la porta.
Un vecchio gentile in fondo
forse un po' strano
ma può non esserlo o non diventarlo
chi lavora di notte in un posto come questo ?
Mikey T.J. Benson si toglie il giubbotto bagnato
si slaccia entrambe le fondine
ne estrae una Beretta Cougar Inox
che poggia sul tavolo
e una Magnum Desert Eagle
che infila in un cassetto.
si svuota le tasche
quindici dollari e due fazzoletti usati in una.
Un accendino, un foglio con un indirizzo e due scatole di cartucce
nell'altra.
Si toglie gli stivali
Lei apre
l'acqua della vasca
ne esce
acqua rossa.
Prende la beretta
e si sdraia stanco sul letto aspettando
- Vieni ?
gli dice lei
fanno il bagno, amandosi con passione.
Albeggia e ha smesso di piovere
si buttano sul letto,
lei canta
piano
"I want to sleep beneath peaceful skies in my lover's bed
with a wide open country in my eyes
and these romantic dreams in my head"
si addormentano abbracciati
e fuori dalla finestra
a perdita d'occhio il Nebraska.
SCENA 04
La tavola calda e' rari
camionisti frettolosi
e una brutta signora di mezza età,
cento sigarette e modi sgarbati
French toast con sciroppo d'acero, del bacon, due spremute d'arancia.
Il caffè' e' di default.
le mosche in omaggio.
Dal tavolo
poggiato alla vetrata
vedono la statale,
le macchine passare
con tutte quelle
vite dentro.
Passa un camion
di quelli giganteschi che attraversano il paese
con dietro
come addormentati
tronchi per milioni
di anni.
Macchina dello sceriffo della contea
svolta
e posteggia quasi sotto il loro tavolo.
- Lo sai,
gli dice lei
- Lo sceriffo entra sempre nella tavola calda
succede in tutti i film
Lo sceriffo e' divisa abbondante, baffi mogi, cappellone che lo nasconde per meta'
e pistola che tocca le ginocchia.
entra, passo strascicato
che gli sceriffi si credono tutti cowboy
ma sembra si siano cagati nei pantaloni.
getta l'istituzionale occhiata di circostanza
- 'giorno Betty
mentre si arrampica sullo sgabello,
- 'orno sceriffo
le risponde.
Mikey si accende una sigaretta
- cazzochebuona,
la prima della giornata
lei gli sorride, gli sfiora
con la mano la mano,
glie la ruba, lo bacia e va al jukebox,
fumandosela.
Dio, quanto la ama.
si china
un poco
a leggerne le canzoni
osservata
da tutti.
infila un quarto di dollaro
preme due tasti
torna al tavolo
sorridendo allo sceriffo.
"I come from down in the valley where mister when you're young
They bring you up to do like your daddy done..."
- Che cazzo di canzone !
dice lui ad alta voce
girandosi un poco per cercare quella gran figa.
incontra pero' gli occhi di Mikey T.J. Benson
che lei gli e' di spalle.
E' l'ultima cosa che gli si sente dire
escludendo quello strozzato "porc.. !"
che gli si lancio' fuori dalla bocca assieme ad alcune gocce di sangue
mentre quindici centimetri di acciaio
gli aravano l'intestino.
Ma non e' omologabile.
SCENA 05
Mikey T.J. Benson ha la faccia sul marciapiede,
due costole incrinate
una probabile emorragia interna
e il volto così tumefatto che gli occhi non si aprono.
piove
e sotto di lui rosse
pozze di sangue diluito.
- Hai capito o no !?
pezzo di merda !
calcio
rivoglio i miei soldi
calcio
Sono in quattro
grossi
molto grossi
e pieni di cocaina.
Ma non basta questo a spiegare la scena.
Lo scrosciare dell'acqua gli rimbomba nella testa
mentre il dolore gli percorre tutto il corpo
respira a fatica
la bocca nel fango vermiglio.
l'ultima volta che ne aveva sentito il sapore aveva sette anni
e giuro' allora che non sarebbe mai più accaduto.
Donald Johnson, un suo compagno di scuola gli teneva un piede sulla testa deridendolo.
aveva preso le difese di Sarah che quel gigantesco ciccione ripetente molestava
com'era carina Sarah..
il mattino dopo lo aspettava fuori di casa sua
per risolverla
in maniera pulita.
sorride
sente ancora più male
erano le donne a farlo finire con la faccia nel fango
ride
cazzo che male !
- Cazzo ridi stronzo ?
calcio
tutto comincia a roteare
- Che minchia ci facciamo con sto' stronzo adesso ?
- Beh cominciamo col fargli la macchina
quanto meno
- Pessima idea !
voce di donna
alle loro spalle
Bella come un angelo caduto
in un cappotto di pelle nera,
i lunghi capelli bagnati incollati al viso
gli occhi verdi e veloci
e una Colt Diamondback cal. 38 in mano.
- Ora io e lui ce ne andiamo
e fra sette giorni voi avrete i vostri cazzo di soldi
chiaro ?
spara a due centimetri dal piede al più idiota dei quattro
che ce ne e' sempre uno idiota
chiaro ?
- Fra una settimana puta
fra una settimana...
Spiove
passa una macchina
dai finestrini esce una canzone
"...Promise me baby you won't let them find us
Hold me in your arms, let's let our love blind us
Cover me, shut the door and cover me
Well I'm looking for a lover who will come on in and cover me.."
SCENA 06
Bianche lenzuola
screziate di sangue
avvolgono come un sudario
quello che sembra un cristo deposto.
Seduta
ai piedi del letto
la sua Magdala
che a fatica
si può pensarne la vera più bella.
Con tutto il rispetto.
Pareti di parato verde
soffitto a bolle esplose
e un lampadario ventilatore
aggrappato
sputacchia una polvere di luce giallastra.
Sotto medicine e garze
un comodino
e sotto
moquette
da stare attenti
che ti distrai un attimo
e rimani inglobato
nello schifo stratificato.
La stanza, anonima d'albergo,
li nasconde da quattro giorni.
Fuori dalle persiane ogni tanto ancora piove.
Lei gli passa lenta
un panno sulla fronte
e sul petto
e lo bacia.
pensando
che non conosce neppure il suo nome.
dalla stanza di fianco arriva una canzone
" Lying in the heat of the night like prisoners all our lives
I get shivers down my spine and all I wanna do is hold you tight.."
SCENA 07
Il chiosco dei fiori
e' un casotto di plexiglas e lamiera.
Tutto
accuratamente fuori squadra.
Dentro
infilati e depressi
in attesa
di quel secco cellophane con sovrastampe verdi e blu
e del cappio di stagnola
fiori
presumibilmente.
Il tutto
inclusa l'idea d'averci a che fare
un'agonia.
- Che faccia seria hai
gli dice la bambina,
Cinque sei anni, lunghi capelli castani a boccoli
e due grandi occhi scuri.
- eppure non sono fiori da facceserie
quelli
indica col ditino le rose
mentre impercettibilmente si morde il labbro guardandolo pensosa.
Erano tra le rose più tristi che entrambi avessero mai visto
certo le più agonizzanti che lui avesse mai comprato
ma alternative non ce ne erano
non a Eckard alle cinque di pomeriggio di una giornata di merda come quella.
si guardano e scoppiano a ridere
complici
- Sono per una donna...
- E' morta ?
gli dice lei,
col suono di parole come neve.
lasciandolo di ghiaccio.
La guarda sorpreso
- Sono sei anni..
- Se l'ami ancora così tanto magari lei ti aiuterà ad incontrarne un'altra..
che chi ci ama vuole il nostro bene.
- Fanno sette dollari
gli dice il proprietario
prendendoli
con quelle sue mani grosse tutte un taglio e un cerotto.
La bambina non c'è più.
Si volta
la sua Trans Am nera
almeno c'è ancora
Finestrini abbassati,
ci passa di fianco e poggia delicatamente i fiori
sul sedile davanti
prosegue
entrando in un seveneleven.
Alle sue spalle
rapida una donna
passa di fianco alla macchina
vi getta dentro una borsa di pelle
che cade
ai piedi del sedile posteriore.
Si ferma una frazione di secondo a guardare
pesci spiaggiati da giorni
quelle stremate rose rosse
e prosegue oltre a passo spedito.
ma un poco sorridono
i suoi
occhi verdi.
SCENA 08
Spento
lampadario ventilatore
aggrappato
doppiamente inutile
spento.
Fuori dalle persiane non piove,
e attraverso
il sole
entra a tagli tra le lenzuola
a curvaluce sulla pelle,
sulle pelli.
Tatuato
un ouroboros
in tondo come un occhio che ti guarda
drago che si mangia la coda
tatuato
si agita,
sotto
i muscoli della schiena
in azione;
gli avambracci
tesi
che si tuffano tra le lenzuola dietro la sua morbida
schiena inarcata
la testa abbandonata all'indietro
occhi nell'acqua
mentre a piccoli morsi le sugge i capezzoli
possedendola.
SCENA 09
Visi nei visi
apre gli occhi nel tepore del suo respiro.
Tra scatole di medicine chiazza
di fosfori verdi
ventidue e trenta.
La bacia sugli occhi
- Dobbiamo andare
le sussurra piano
lasciando cadere
a piume le parole
in quell'orecchio da mordere
addormentato tra i capelli.
Assonnata
esce dalle lenzuola
morbida e sinuosa
languida
gatta.
Si guardano
occhi negli occhi
nei loro volti stanchi
e si baciano ancora
ma senza toccarsi,
che si sa come vanno queste cose.
e ridono.
Epilogo
Scena 10
Sta a isola nel nulla
cinto di pietre a secco
che sembrano
il sorriso d'un vechio
il cimitero di Danbury.
Sfiniti fiori di plastica,
che più tristi
son solo i ceri elettrici,
come scheletri
infilati alle ginocchia in urne di latta
vegliano.
Nell'ora in cui le cose
rincontrano la loro ombra
siede
boccoli di capelli castani
una bambina
Nel volto raccolto
i grandi occhi scuri
fissi all'orizzonte
a interrogarlo,
spandono
a polline
piccole
lacrime nel vento.
mentre un poco si morde il labbro.
I piedi a penzoloni
che la lapide e' più alta di lei.
la piccola mano
posa a piuma
sulla tomba del suo amore
la rosa più bella che la terra abbia fatto
che per un attimo
tutto tace
e il cielo si ferma
a guardare in silenzio.
Postfazione
ovvero
parliamoci un po' addosso.
(...)
le parti non descritte non sono buchi, non sono mancanze;
sono regali all'anima del lettore, che nella prima scena e' probabilmente certo che qualcuno abbia fatto qualcosa
ma nella decima, e sono io ad esserne abbastanza certo, non lo sarà più tanto.
(...)
Le citazioni in inglese alla fine d'ogni scena sono tratte da canzoni di Bruce Springsteen,
cantore del sottoproletariato statunitense
che peraltro non disdegna storie di reietti e sconfitti
L'ambientazione e' una piantina del Nebraska scaricata da internet;
è finta, come tutto il resto, che del resto, e' un romanzo;
l'ambientazione e' scusa e pretesto, possibilità di caricare psicologicamente delle situazioni,
permettere degli accadimenti legandone lo svolgimento a luoghi (evocativi).
Il resto e' solo straripante io trasfigurato, che chi scrive e' tutto e tutti:
i sassi del deserto e la pioggia che cade,
un macchina che sfreccia, un motel che si scrosta e un maledetto che muore.
milano, venticinqueagostoduemilaquattro.
I cuccioli del nord (sui piccoli di orso polare e sui piccoli degli uomini)
Nascono a muso nella neve
i cuccioli del nord.
Occhi
a macchia nel pelo
flessi sull'alba
oltre l'infine linea dei ghiacci
attendono
nel cavo dell'ombra
attendono un punto
posati d'affetto
ettendono un punto d'amore
che si nutrono a madre
e senza son ghiacci,
son bianchi rosari
nel passo del vento.
i cuccioli del nord.
Occhi
a macchia nel pelo
flessi sull'alba
oltre l'infine linea dei ghiacci
attendono
nel cavo dell'ombra
attendono un punto
posati d'affetto
ettendono un punto d'amore
che si nutrono a madre
e senza son ghiacci,
son bianchi rosari
nel passo del vento.
Parmenide Johnson
Parmenide Johnson.
Parmenide Johnson scese dalla corriera della Greyhound
alle settequarantacinque del mattino.
Le settequarantacinque di un lunedì qualsiasi.
Non si aspettava di vedere nessuno.
E nessuno lo aspettava.
Uno sbuffo di polvere avvolse il tacco dello stivale di pitone;
l’altro a perno sulla traforata predella metallica; una mano in tasca,
l’altra sul corrimano.
Alzo’ lo sguardo annusando l’aria ancora fresca
di quel puntino sulla cartina del Texas;
le ombre appena sveglie si stiravano lunghe e indolenti
come panni stesi sopra i tetti ad asciugare.
E il sole allungato ammiccava, ancora giovane.
Benjamin Lowerton faceva lo sceriffo da quando era nato.
Come suo padre prima di lui.
E il padre di suo padre, fino ai tempi di White Earp.
Non sapevano fare altro in famiglia
che ammazzare la gente.
A cinque anni aveva ucciso il suo primo cervo.
A quindici il primo uomo.
Ora aveva cinquantaquattro anni, non aveva avuto figli,
l’occhio non era più tagliente come una volta e la mano meno certa.
Poggiò la tazza di caffè sul vecchio bancone di formica blu
e gettò un’occhiata oltre la vetrata della tavola calda;
oltre la sua immagine riflessa la corriera della Grayhound
ripartiva lasciandosi dietro una nuvola di polvere.
Non c’erano ragioni che potessero spingere uno straniero
a fermarsi in quel posto.
E infatti
di stranieri non se ne vedevano mai.
Saluto’ il vecchio Don, lasciò un quarto di dollaro sul banco
e si mise il cappello con un gesto di tale bellezza
che avrebbe fatto impallidire John Wayne.
Parmenide Johnosn scostò un poco gli occhiali da sole
per dare un’occhiata al fogliettino stropicciato che teneva in mano.
Lo conosceva a memoria, ma guardarlo lo aiutava a pensare.
Poco più oltre, di fronte ai suoi stivali, leggermente fuori fuoco, due stivali neri.
Rimase a fissarli per un po’, poi contrasse un angolo della bocca
producendo un suono secco, di disapprovazione.
Rialzò lentamente lo sguardo e si vide riflesso dentro due lenti a specchio.
Accennò un saluto col capo mentre un ghigno infastidito gli si disegnava in bocca.
Benjamin Lowerton portò una mano al cappello in segno di saluto,
la spostò sugli occhiali che si tolse, ripiegò e infilò nel taschino, per poi poggiarla,
come d’abitudine, sul calcio della pistola.
- Buongiorno
- buongiorno a lei agente
agente..
Fissi
negli occhi,
mentre dietro, i loro occhi,
pensieri infuriavano.
- Dove la trovo ?
disse porgendogli il fogliettino.
Sorpreso da quel modo sicuro prese il biglietto, lo lesse..
e alzò lo sguardo di chi ha visto un fantasma.
La bocca gli si aprì impercettibilmente, le narici si dilatarono
e automaticamente la gamba destra cominciò a scivolare indietro
tracciando un solco nella polvere.
Mentre le dita si serravano attorno al calcio della pistola
sentì nel fianco la fitta terribile
di un corpo estraneo si faceva strada.
Estrasse comunque
ma una mano gli afferrò il polso
l’altra, chiusa in un pugno, si abbatté sotto il suo zigomo.
Sentì il suono secco della mascella che si spezzava
allagato da nervi impazziti dal dolore che si tuffavano dentro al cervello,
una gamba d’improvviso gli cedette
e il ginocchio gli si schiantò per terra.
Cercò di prendere fiato
e sputò un grumo di sangue
che toccata la polvere la sollevò in un denso cratere vermiglio,
come un meteorite di dolore rappreso.
- Dove la trovo ?
Alzò lo sguardo,
lo avrebbe mandato volentieri a fare in culo,
ma la mascella gli era uscita.
Spostò gli occhi sulla pistola per terra valutando la distanza
ma un calcio la raggiunse in piena faccia,
schienandolo.
Parmenide Johnson raccolse con calma agghiacciante l’arma da terra
la osservò un poco rigirandola tra le mani.
Poi volse di scatto lo sguardo su quel corpo riverso sulla schiena,
mirò un ginocchio.
La rotula esplose in mille pezzi mentre la gamba quasi si staccò.
- Non puoi nemmeno immaginare
il piacere d’ ammazzare uno sbirro con la sua pistola..
Riproviamo: dove la trovo ?
Affogato dentro nervi allucinati dal dolore,
la mente infilata a scopettone nella turbinante merda
d’immagini impazzite, il fiato sempre più corto.
Merda non ora, non così, non dopo tutti quegli anni.
Aveva giurato.
Guardò in faccia Parmenide Johnson.
Aveva giurato che l’avrebbe protetta.
Il vecchio Donalson raggelò.
Un suono violento e inconfondibile gli bloccò la mano
intenta a lucidare l’ossidato nastro d’acciaio che incorniciava il suo bancone.
Alzò di scatto gli occhi che già sudava freddo.
Vide otre la vetrata il corpo di Ben che si schiantava al suolo,
orso abbattuto;
giusto in tempo per vedere la rotula esplodere come un macabro fuoco d’artificio.
Agghiacciato, afferrò da sotto il bancone il Winchester Memorial
e corse alla porta, caricando il colpo in canna.
Poggiò la spalla contro lo stipite.
- Bennn !
gridò e prese la mira,
Erano meno di settantacinquemetri
non era un colpo difficile.
Meno di settantacinquemetri
su un bersaglio fermo.
Non era un colpo difficile.
Parmenide Johnson scese dalla corriera della Greyhound
alle settequarantacinque del mattino.
Le settequarantacinque di un lunedì qualsiasi.
Non si aspettava di vedere nessuno.
E nessuno lo aspettava.
Uno sbuffo di polvere avvolse il tacco dello stivale di pitone;
l’altro a perno sulla traforata predella metallica; una mano in tasca,
l’altra sul corrimano.
Alzo’ lo sguardo annusando l’aria ancora fresca
di quel puntino sulla cartina del Texas;
le ombre appena sveglie si stiravano lunghe e indolenti
come panni stesi sopra i tetti ad asciugare.
E il sole allungato ammiccava, ancora giovane.
Benjamin Lowerton faceva lo sceriffo da quando era nato.
Come suo padre prima di lui.
E il padre di suo padre, fino ai tempi di White Earp.
Non sapevano fare altro in famiglia
che ammazzare la gente.
A cinque anni aveva ucciso il suo primo cervo.
A quindici il primo uomo.
Ora aveva cinquantaquattro anni, non aveva avuto figli,
l’occhio non era più tagliente come una volta e la mano meno certa.
Poggiò la tazza di caffè sul vecchio bancone di formica blu
e gettò un’occhiata oltre la vetrata della tavola calda;
oltre la sua immagine riflessa la corriera della Grayhound
ripartiva lasciandosi dietro una nuvola di polvere.
Non c’erano ragioni che potessero spingere uno straniero
a fermarsi in quel posto.
E infatti
di stranieri non se ne vedevano mai.
Saluto’ il vecchio Don, lasciò un quarto di dollaro sul banco
e si mise il cappello con un gesto di tale bellezza
che avrebbe fatto impallidire John Wayne.
Parmenide Johnosn scostò un poco gli occhiali da sole
per dare un’occhiata al fogliettino stropicciato che teneva in mano.
Lo conosceva a memoria, ma guardarlo lo aiutava a pensare.
Poco più oltre, di fronte ai suoi stivali, leggermente fuori fuoco, due stivali neri.
Rimase a fissarli per un po’, poi contrasse un angolo della bocca
producendo un suono secco, di disapprovazione.
Rialzò lentamente lo sguardo e si vide riflesso dentro due lenti a specchio.
Accennò un saluto col capo mentre un ghigno infastidito gli si disegnava in bocca.
Benjamin Lowerton portò una mano al cappello in segno di saluto,
la spostò sugli occhiali che si tolse, ripiegò e infilò nel taschino, per poi poggiarla,
come d’abitudine, sul calcio della pistola.
- Buongiorno
- buongiorno a lei agente
agente..
Fissi
negli occhi,
mentre dietro, i loro occhi,
pensieri infuriavano.
- Dove la trovo ?
disse porgendogli il fogliettino.
Sorpreso da quel modo sicuro prese il biglietto, lo lesse..
e alzò lo sguardo di chi ha visto un fantasma.
La bocca gli si aprì impercettibilmente, le narici si dilatarono
e automaticamente la gamba destra cominciò a scivolare indietro
tracciando un solco nella polvere.
Mentre le dita si serravano attorno al calcio della pistola
sentì nel fianco la fitta terribile
di un corpo estraneo si faceva strada.
Estrasse comunque
ma una mano gli afferrò il polso
l’altra, chiusa in un pugno, si abbatté sotto il suo zigomo.
Sentì il suono secco della mascella che si spezzava
allagato da nervi impazziti dal dolore che si tuffavano dentro al cervello,
una gamba d’improvviso gli cedette
e il ginocchio gli si schiantò per terra.
Cercò di prendere fiato
e sputò un grumo di sangue
che toccata la polvere la sollevò in un denso cratere vermiglio,
come un meteorite di dolore rappreso.
- Dove la trovo ?
Alzò lo sguardo,
lo avrebbe mandato volentieri a fare in culo,
ma la mascella gli era uscita.
Spostò gli occhi sulla pistola per terra valutando la distanza
ma un calcio la raggiunse in piena faccia,
schienandolo.
Parmenide Johnson raccolse con calma agghiacciante l’arma da terra
la osservò un poco rigirandola tra le mani.
Poi volse di scatto lo sguardo su quel corpo riverso sulla schiena,
mirò un ginocchio.
La rotula esplose in mille pezzi mentre la gamba quasi si staccò.
- Non puoi nemmeno immaginare
il piacere d’ ammazzare uno sbirro con la sua pistola..
Riproviamo: dove la trovo ?
Affogato dentro nervi allucinati dal dolore,
la mente infilata a scopettone nella turbinante merda
d’immagini impazzite, il fiato sempre più corto.
Merda non ora, non così, non dopo tutti quegli anni.
Aveva giurato.
Guardò in faccia Parmenide Johnson.
Aveva giurato che l’avrebbe protetta.
Il vecchio Donalson raggelò.
Un suono violento e inconfondibile gli bloccò la mano
intenta a lucidare l’ossidato nastro d’acciaio che incorniciava il suo bancone.
Alzò di scatto gli occhi che già sudava freddo.
Vide otre la vetrata il corpo di Ben che si schiantava al suolo,
orso abbattuto;
giusto in tempo per vedere la rotula esplodere come un macabro fuoco d’artificio.
Agghiacciato, afferrò da sotto il bancone il Winchester Memorial
e corse alla porta, caricando il colpo in canna.
Poggiò la spalla contro lo stipite.
- Bennn !
gridò e prese la mira,
Erano meno di settantacinquemetri
non era un colpo difficile.
Meno di settantacinquemetri
su un bersaglio fermo.
Non era un colpo difficile.
Risveglio
Buio.
Feti in decomposizione nuotano a rana
nel secco stagno della bocca.
Mi sputo in mano una scheggia di dente
che rigiro tra il pollice e l’indice
come muco del naso
come fosse la forma di un pensiero
ma e’ altro.
E’ pezzo di corpo che abbandona la nave.
Dal letto odore di sesso e corpo.
Il tempo di capire.
Dove, da quando.
Allungo a caso una mano
cadono cose e bottiglie.
afferro un’ora.
Le apro sopra un occhio che frigge come un vecchia insegna al neon.
zerocinquequarantacinque.
Fantastico
e ora che cazzo faccio ?
Scosto la sindone di sporco e mesi
un’odore di piedi mi investe.
Una mano a ravanare nei coglioni, sciabatto
a piedi scalzi
sino al cesso
che centro a luce spenta in buona parte
Oltre il vetro la citta’
poche finestre illuminate
e immagino quelle esistenze sveglie
tra me e loro
il gelo e la nebbia di novembre
sotto i primi bus spostano a peso morto impiegati
e la citta’ ‘fanculo si sveglia.
Accendo il cellulare
Dolore
la pupilla si appallottola in se stessa
come un polpo nella tana
ma la luce arriva
e mi investe in piena faccia
il fritto del monitor.
compare una busta
curioso
qualcuno mi ha cercato
curioso
qualcuno ancora mi cerca.
Lo rispengo.
Infilo delle calze con la forma del piede stampata
pressofusa dal sudore incartapecorito.
cerco tra le lenzuola il golf
che cazzo se fa freddo.
La caffettiera borbotta
spandendo profumo.
Scrosciare d’acqua
calda
le infilo sotto la tazza
e a bolle, a croste e a melma
se ne distacca la croppa
del giorno prima
ne fisso catatonico il fondo
finche’ riemerge
dagli anni una scritta
made in..
aiuto con un dito a recuperare il manufatto
..scotland
E’ cilindrica e non spanciata e larga
come le tazze per i biscotti
Ha azzurre spirali celtiche e draghi
e il peso
dei vent’anni che avevo.
Ne svuoto dentro l’intera caffettiera che la riempie per meta’
il resto acqua sino al bordo
un cucchiaio
da minestra di zucchero
Accendo il lettore,
mi rimetto alla finestra e fumo la mia prima sigaretta.
La voce di Cathy Battistessa carezza la stanza
e qualche brivido mi percorre.
Mentre la paranoia gia’ mi possiede.
Feti in decomposizione nuotano a rana
nel secco stagno della bocca.
Mi sputo in mano una scheggia di dente
che rigiro tra il pollice e l’indice
come muco del naso
come fosse la forma di un pensiero
ma e’ altro.
E’ pezzo di corpo che abbandona la nave.
Dal letto odore di sesso e corpo.
Il tempo di capire.
Dove, da quando.
Allungo a caso una mano
cadono cose e bottiglie.
afferro un’ora.
Le apro sopra un occhio che frigge come un vecchia insegna al neon.
zerocinquequarantacinque.
Fantastico
e ora che cazzo faccio ?
Scosto la sindone di sporco e mesi
un’odore di piedi mi investe.
Una mano a ravanare nei coglioni, sciabatto
a piedi scalzi
sino al cesso
che centro a luce spenta in buona parte
Oltre il vetro la citta’
poche finestre illuminate
e immagino quelle esistenze sveglie
tra me e loro
il gelo e la nebbia di novembre
sotto i primi bus spostano a peso morto impiegati
e la citta’ ‘fanculo si sveglia.
Accendo il cellulare
Dolore
la pupilla si appallottola in se stessa
come un polpo nella tana
ma la luce arriva
e mi investe in piena faccia
il fritto del monitor.
compare una busta
curioso
qualcuno mi ha cercato
curioso
qualcuno ancora mi cerca.
Lo rispengo.
Infilo delle calze con la forma del piede stampata
pressofusa dal sudore incartapecorito.
cerco tra le lenzuola il golf
che cazzo se fa freddo.
La caffettiera borbotta
spandendo profumo.
Scrosciare d’acqua
calda
le infilo sotto la tazza
e a bolle, a croste e a melma
se ne distacca la croppa
del giorno prima
ne fisso catatonico il fondo
finche’ riemerge
dagli anni una scritta
made in..
aiuto con un dito a recuperare il manufatto
..scotland
E’ cilindrica e non spanciata e larga
come le tazze per i biscotti
Ha azzurre spirali celtiche e draghi
e il peso
dei vent’anni che avevo.
Ne svuoto dentro l’intera caffettiera che la riempie per meta’
il resto acqua sino al bordo
un cucchiaio
da minestra di zucchero
Accendo il lettore,
mi rimetto alla finestra e fumo la mia prima sigaretta.
La voce di Cathy Battistessa carezza la stanza
e qualche brivido mi percorre.
Mentre la paranoia gia’ mi possiede.
Milano d'agosto
fuori
intanto
scivola agosto
come una gonfia domenica
lento
solca le case
come l'ombra d'un'enorme nube
nei parchi soli
che sembran ragionieri col riporto,
tra latte di macchine,
nelle piazze abbacinate di turisti
col sole a spada sul duomo
che anche le ombre vanno a nascondersi.
tre piccioni, due bambini, un vigile, un venditore di cibo per piccioni,
i genitori di due bambini, un uomo con la famiglia al mare e la madre di un vigile
camminano.
Sui gradini
un vecchio con la famiglia nel portafoglio, quattro turiste giapponesi, una coppia di tedeschi,
due nigeriani, un senegalese, tre albanesi, un croato e cinque slavi
siedono.
Tra le loro spalle e il duomo
una famiglia americana viene speronata da una zingara.
E' come un acquario
denso
e dentro boccheggio.
Mi scollo dal gradino, ciccacemento gusto topo.
potrei sempre farmi scrivere il nome in cinese su un chicco di riso.
in cambio gli darei tutti i miei pensieri.
La testa
vuota come un loft,
e nel centro
sospeso
candido come un fiocco,
un chicco di riso.
che pace sarebbe.
Scendo da Ricordi, spendo centotrentasettemilalire
per quattro dischi,
centosettantasetteminutidimusicatotali.
risalgo in galleria.
che non si ferma mai
anche d'agosto spinge persone a pressione
dal duomo a piazza scala, da piazza scala al duomo,
come una pompa idraulica,
nella fogna d'agosto.
Mi faccio espellere in duomo.
Sono le trediciequarantuno
un piccione mi guarda chiedendo pietà,
gli indico una camionetta dei carabinieri,
gli consiglio di riposarsi all'ombra d'una ruota.
attraverso.
E' pieno di turisti che fotografano; come un campo minato
con cellule fotoelettriche, che appena gli passi davanti
echeccazzo suona l'allarme.
allora via a girarci attorno.
Per non rovinargli qualche foto di merda
identica a qualunque cartolina
solo più brutta
con in più la faccia della moglie
solo più brutta.
Arrivo al motorino.
Non ce l'ha fatta.
Lo trovo riverso come un cavallo.
Per meta' già digerito dall'asfalto sciolto.
Lo finisco a calci, recupero poche cose dal bauletto
e mi butto nel metrò
(nel, mica sotto)
intanto
scivola agosto
come una gonfia domenica
lento
solca le case
come l'ombra d'un'enorme nube
nei parchi soli
che sembran ragionieri col riporto,
tra latte di macchine,
nelle piazze abbacinate di turisti
col sole a spada sul duomo
che anche le ombre vanno a nascondersi.
tre piccioni, due bambini, un vigile, un venditore di cibo per piccioni,
i genitori di due bambini, un uomo con la famiglia al mare e la madre di un vigile
camminano.
Sui gradini
un vecchio con la famiglia nel portafoglio, quattro turiste giapponesi, una coppia di tedeschi,
due nigeriani, un senegalese, tre albanesi, un croato e cinque slavi
siedono.
Tra le loro spalle e il duomo
una famiglia americana viene speronata da una zingara.
E' come un acquario
denso
e dentro boccheggio.
Mi scollo dal gradino, ciccacemento gusto topo.
potrei sempre farmi scrivere il nome in cinese su un chicco di riso.
in cambio gli darei tutti i miei pensieri.
La testa
vuota come un loft,
e nel centro
sospeso
candido come un fiocco,
un chicco di riso.
che pace sarebbe.
Scendo da Ricordi, spendo centotrentasettemilalire
per quattro dischi,
centosettantasetteminutidimusicatotali.
risalgo in galleria.
che non si ferma mai
anche d'agosto spinge persone a pressione
dal duomo a piazza scala, da piazza scala al duomo,
come una pompa idraulica,
nella fogna d'agosto.
Mi faccio espellere in duomo.
Sono le trediciequarantuno
un piccione mi guarda chiedendo pietà,
gli indico una camionetta dei carabinieri,
gli consiglio di riposarsi all'ombra d'una ruota.
attraverso.
E' pieno di turisti che fotografano; come un campo minato
con cellule fotoelettriche, che appena gli passi davanti
echeccazzo suona l'allarme.
allora via a girarci attorno.
Per non rovinargli qualche foto di merda
identica a qualunque cartolina
solo più brutta
con in più la faccia della moglie
solo più brutta.
Arrivo al motorino.
Non ce l'ha fatta.
Lo trovo riverso come un cavallo.
Per meta' già digerito dall'asfalto sciolto.
Lo finisco a calci, recupero poche cose dal bauletto
e mi butto nel metrò
(nel, mica sotto)
nonsense noir
Questo è uno "schizzo" privo di senso e scritto di getto
con alcuni momenti di parodia per certi modi del romanzo americano contemporaneo
SCENA 1
L'ufficio e' completamente in legno,
come lo sono quelli rialzati nei capannoni,
dalle cui finestre si può vedere a colpo d'occhio tutta la fabbrica.
ma qui di finestre non ce ne sono.
Michael J. Korley,
Pat per gli amici
e' alla sua scrivania
assieme a maree di fogli
un penna stilografica
un accendino d'oro
una scatola di marlboro rosse
un portacenere
e due bicchieri
acqua con ghiaccio
uno
Linkwood 25 anni
l'altro.
tacchi su assi di legno
sente Dorothy bussare
-concitata-
Dorothy non e' mai
concitata
- Avanti !
- Signor Korley, Signor Korley, la polizia..
Pat sposta un poco la testa e getta un'occhiata oltre le spalle di Dorothy
e' Glen,
il fratello del vecchio Mikey
chissà che cazzo vuole.
La guarda in viso
- Lo faccia entrare
- Pat..
- Glen..
- Tutto a posto ?
...
e Maryon come sta ?
- Sta bene, grazie
- E Chuk e Nick anche loro bene ?
- Anche loro,
Chuk ha fatto il mese scorso il morbillo,
solite cose..
Nick ha appena cominciato la prima media
-la prima media !
era ieri che con tuo fratello Mikey
si andava al fiume a prendere le aringhe
guidava lui,
la vecchia chevy del corto
fino alla capanna di jeff
e mi diceva che stava per diventare zio per la seconda volta
e vostra madre era ancora viva
te le ricordi quelle aringhe ?
...
cosa posso fare per te Glen ?
- Pat,
hanno trovato un dito
- un dito ?
- hanno trovato un dito in un vasetto di maionese Turtaryella
- e allora ?
- come allora... ?
Pat..,
hanno trovato il dito di un bambino
in un vasetto della tua maionese Turtaryella
- e da me che vuoi ?
scusa Glen
ma se quel cazzo di dito
con tutto il rispetto per il bambino
si intende
se quel cazzo di dito l'avessi trovato nel lavandino
eh Glen ?
in un cazzo di lavandino
saresti andato da quei fottuti produttori di lavandini..
come cazzo si chiamano ?
conosci il nome di un produttore di lavandini ?
- No, non ne conosco
- Saresti andato da loro eh ?
- No Pat, non credo che ci sarei andato
- Bravo,
e se gli fosse caduto nel cesso eh ?
il piccolo e' li che se lo spupazza un po', e nella foga
swosh
gli si stacca un dito
e gli finisce dritto dritto nel cesso
eh ?
- E' il dito del piccolo Andy,
il figlio dei Fogarty, gli irlandesi della 25° che gestiscono il pub dove andava sempre
Smithy,
ricordi ?
il padre deve aver fatto un casino
e allora
via il ditino al piccolo
e lo mettono nel vasetto, chiuso, capisci ?
della tua maionese e lo consegnano alla famiglia
gentili vero ?
- No cazzo dico io
e se lo mettevano nel tonno ?
- Ascoltami Pat,
il barattolo era chiuso,
sigillato.
SCENA 2
Si rimette a scrivere
poco dopo
avvicina lentamente la mano sinistra all'elenco del telefono
lo afferra di scatto
alza la testa
e lo getta contro la porta.
Si rimette a scrivere.
Alcuni secondi
Dorothy entra
raccoglie il volume senza quasi cercarlo
lo poggia
allineandolo
sul tavolo
- Cosa posso fare Signor Korley ?
- Non voglio essere disturbato
da nessuno
si guardano negli occhi
- da nessuno esatto
esce chiudendosi educatamente la porta dietro.
si guarda d'intorno
mette sul tavolo una bustina
di carta
pochi centimetri
la apre
ne scivola polvere bianca sul tavolo
la schiaccia ripetutamente con l'accendino
prende un tessera con cui
la sminuzza, suddivide in righe
arrotola 50 dollari se li infila nel naso
si piega sul tavolo
e tira su'
alza la testa
si rituffa
tira su'
passi su assi di legno
tira su'
alza la testa
Dorothy bussa
cazzo !
tira su',
- un momento !
cazzo !
si rituffa sul tavolo
tira su'
infila tutto in tasca
passa il dito sul tavolo
se lo infila nel naso tira su'
prende in mano la penna
- Avanti !
la penna trema.
Dorothy si ferma ad osservarlo
suda
suda vistosamente
le butta li' un
- Dorothy !
- C'e' la signorina Lowrence
quasi bisbigliando
SCENA 3
Cathrina Lowrence ha vestiti firmati
e modi griffati
in essenziali tagli di nero armani siede
sulla terrazza di uno dei più esclusivi locali della città
il gomito poggiato sulle gambe accavallate
la mano
poggia aggraziata il bocchino d'avorio al portacenere
mentre
il fumo si lascia dietro quei candidi denti
per sfiorare voluttuoso il costoso rossetto
John Fogar Darren
si infila all'ultimo nell'ascensore
c'è calca
sono le sette
tutti salgono alla terrazza più esclusiva della città per un aperitivo
John Fogar Darren, quattordici anni spesi in galera
si domanda cosa cazzo voglia dire esclusivo
tutti
nell'ascensore
lo guardano
tutti
in quell'ascensore
lo temono
terzo piano
Nell'ascensore parlano tra loro della giornata
i più bisbigliano
settimo piano
molti continuano a fissarlo
John Fogar Darren ha capelli stoppacciosi e sporchi, una barba di tre giorni,
alcune vistose escoriazioni in volto
il resto e' avvolto in lungo cappotto di pelle alla cui estremità spuntano due stivali.
e puzza
terribilmente
ci sono molte cose che John Fogar Darren non sopporta.
essere fissato e' una di queste.
- Qualcuno di voi ha qualche problema !?
grida guardando fisso le porte chiuse.
silenzio
poi piccoli bisbigli -di donne- che gli uomini tacciono.
tredicesimo piano
alcuni scendono.
venticinquesimo.
terrazza
musica
uguale a quella dell'ascensore.
buttafuori
totalizza il punteggio più basso che si possa totalizzare con un buttafuori
tanto che questi quasi non ci crede
- Credo che tu abbia sbagliato piano amico...
John Fogar Darren gli pianta la mano aperta in petto e lo sposta come fosse nulla
con la destra estrae una Smith&Wesson calibro 45 e procede a passo spedito
non deve neanche farsi largo
che la gente si sposta effetto mar rosso i dieci comandamenti
arriva alla fine della terrazza
alza la pistola
mira
tre colpi
alla testa
tre colpi
al petto
butta la pistola
si volta estrae una Beretta Cougar F inox per mano
si dirige a passi spediti all'uscita
spara a quattro persone a caso
al buttafuori
volutamente
ed entra in ascensore.
Non aveva mai sparato a niente di così bello
si accende una sigaretta
avrebbe dovuto chiedere più soldi
molti più soldi.
terzo piano
blocca l'ascensore
esce
uscita d'emergenza
scale antincendio
- Come era bella
quattromilacinquecentodollari...
- avrei dovuto chiedere più soldi.
SCENA 4
il sole si poggia infreddolito sui tetti
nel tramonto di novembre
di sfondo a piccioni che s'incendiano
di colori
loro che hanno il colore della strada
Corley Mc Gregor, dodici anni, lentiggini e capelli rossi
gioca da solo dietro la casa degli Hewans.
La via e' chiusa e la gente ci porta spesso cose, soprattutto a notte
che il mattino dopo ti svegli e c'è persino una barca
giuro
una barca con un buco coi', ma una barca
o una macchina bruciata
frigoriferi
nei suoi piccoli calzoni corti
schivando ma non troppo le pozze
Corley ci si aggira nei suoi grandi occhi accesi
immerso in chissà quale sogno.
si china
scosta in un suono sordo un telo
di quelli di plastica spessa spessa e mica troppo trasparenti,
con le borchie di metallo ai lati
ne scende
da un lato dell'acqua scura
fa' una salto indietro
col cuore in gola
- Signora Hewans, Signora Hewans
si mette a gridare
- c'è un morto, c'è un morto !
Il detective Glen Mitchel ci mise meno di un minuto a riconoscere nel morto John Fogar Darren
- Miller, ma puzza così perché e' già in decomposizione ?
- No, no puzza così di suo, l'hanno ucciso che sarà un'ora capo
- ...e' quello il ragazzo ?
- Ciao Corley, sono il detective Glen
posso farti qualche domanda...
vuoi fare un giro sulla macchina della polizia ?
- col cazzo che ci salgo sulla tua macchina, che poi mi sodomizzate
- Ho capito.
Si rialza, impartisce una serie di direttive quali chiudere l'area e interrogare vicini
coi bambini non ci sapeva proprio fare
neppure coi suoi
da quando Muriel era morta poi
ormai erano cinque anni e le cose andavano sempre peggio.
ormai il piccolo Tim non lo adorava più
per lui era più il suo campione
come quando li caricava sulla vecchia mustang del 63
quella che lo zio Corley gli aveva lasciato in punto di morte
e li portava giù per la statale 36
guidando tutta la notte
arrivando all'alba al vecchio capanno sul lago
che c'erano voluti cinque anni di duri lavori per renderlo così
e poi ci si tuffava e stava in acqua tutto il giorno
e al tramonto sotto la veranda
l'odore dei cedri e profumi di fiori indiani
e tutti e quattro a bere quei caldi te speziati
che Muriel preparava con tanto amore
Il piccolo Dan ci buttava dentro i biscotti della nonna Luise
che allora ancora li faceva buoni; che ancora non sapeva che di li' a poco la malattia l'avrebbe presa e costretta in clinica.
e ne allungava a volte qualcuno a Tim, il Labrador dei Warren, che spesso tenevamo l'estate.
- E' lui, e' lui
- ?
- Le pistole Capo, e' lui che ha ucciso Cathrina Lowrence e quegli altri tre alla terrazza.
SCENA 5
Michael J. Korley guarda fuori dalla finestra aperta.
ha smesso di piovere
e come e' tersa l'aria dopo che ha piovuto.
poggia il bicchiere sul davanzale
il sole sta tramontando, Dorothy e' gia' andata a casa
e fra poco verranno a prenderlo.
si accende un sigaro
con quest'aria e' particolarmente buono
glie li fa avere Kurt, l'inglese che lavora in dogana
lui
qualche anno fa
ha fatto entrare il suo ragazzo a YALE e da allora
ogni anno
gli manda i sigari.
La canna della 7.65 gli sfiora il palato
mentre i denti
ne sentono il freddo del metallo
contrae
un poco l'indice
pensa a Cathrina
contrae un poco l'indice.
con alcuni momenti di parodia per certi modi del romanzo americano contemporaneo
SCENA 1
L'ufficio e' completamente in legno,
come lo sono quelli rialzati nei capannoni,
dalle cui finestre si può vedere a colpo d'occhio tutta la fabbrica.
ma qui di finestre non ce ne sono.
Michael J. Korley,
Pat per gli amici
e' alla sua scrivania
assieme a maree di fogli
un penna stilografica
un accendino d'oro
una scatola di marlboro rosse
un portacenere
e due bicchieri
acqua con ghiaccio
uno
Linkwood 25 anni
l'altro.
tacchi su assi di legno
sente Dorothy bussare
-concitata-
Dorothy non e' mai
concitata
- Avanti !
- Signor Korley, Signor Korley, la polizia..
Pat sposta un poco la testa e getta un'occhiata oltre le spalle di Dorothy
e' Glen,
il fratello del vecchio Mikey
chissà che cazzo vuole.
La guarda in viso
- Lo faccia entrare
- Pat..
- Glen..
- Tutto a posto ?
...
e Maryon come sta ?
- Sta bene, grazie
- E Chuk e Nick anche loro bene ?
- Anche loro,
Chuk ha fatto il mese scorso il morbillo,
solite cose..
Nick ha appena cominciato la prima media
-la prima media !
era ieri che con tuo fratello Mikey
si andava al fiume a prendere le aringhe
guidava lui,
la vecchia chevy del corto
fino alla capanna di jeff
e mi diceva che stava per diventare zio per la seconda volta
e vostra madre era ancora viva
te le ricordi quelle aringhe ?
...
cosa posso fare per te Glen ?
- Pat,
hanno trovato un dito
- un dito ?
- hanno trovato un dito in un vasetto di maionese Turtaryella
- e allora ?
- come allora... ?
Pat..,
hanno trovato il dito di un bambino
in un vasetto della tua maionese Turtaryella
- e da me che vuoi ?
scusa Glen
ma se quel cazzo di dito
con tutto il rispetto per il bambino
si intende
se quel cazzo di dito l'avessi trovato nel lavandino
eh Glen ?
in un cazzo di lavandino
saresti andato da quei fottuti produttori di lavandini..
come cazzo si chiamano ?
conosci il nome di un produttore di lavandini ?
- No, non ne conosco
- Saresti andato da loro eh ?
- No Pat, non credo che ci sarei andato
- Bravo,
e se gli fosse caduto nel cesso eh ?
il piccolo e' li che se lo spupazza un po', e nella foga
swosh
gli si stacca un dito
e gli finisce dritto dritto nel cesso
eh ?
- E' il dito del piccolo Andy,
il figlio dei Fogarty, gli irlandesi della 25° che gestiscono il pub dove andava sempre
Smithy,
ricordi ?
il padre deve aver fatto un casino
e allora
via il ditino al piccolo
e lo mettono nel vasetto, chiuso, capisci ?
della tua maionese e lo consegnano alla famiglia
gentili vero ?
- No cazzo dico io
e se lo mettevano nel tonno ?
- Ascoltami Pat,
il barattolo era chiuso,
sigillato.
SCENA 2
Si rimette a scrivere
poco dopo
avvicina lentamente la mano sinistra all'elenco del telefono
lo afferra di scatto
alza la testa
e lo getta contro la porta.
Si rimette a scrivere.
Alcuni secondi
Dorothy entra
raccoglie il volume senza quasi cercarlo
lo poggia
allineandolo
sul tavolo
- Cosa posso fare Signor Korley ?
- Non voglio essere disturbato
da nessuno
si guardano negli occhi
- da nessuno esatto
esce chiudendosi educatamente la porta dietro.
si guarda d'intorno
mette sul tavolo una bustina
di carta
pochi centimetri
la apre
ne scivola polvere bianca sul tavolo
la schiaccia ripetutamente con l'accendino
prende un tessera con cui
la sminuzza, suddivide in righe
arrotola 50 dollari se li infila nel naso
si piega sul tavolo
e tira su'
alza la testa
si rituffa
tira su'
passi su assi di legno
tira su'
alza la testa
Dorothy bussa
cazzo !
tira su',
- un momento !
cazzo !
si rituffa sul tavolo
tira su'
infila tutto in tasca
passa il dito sul tavolo
se lo infila nel naso tira su'
prende in mano la penna
- Avanti !
la penna trema.
Dorothy si ferma ad osservarlo
suda
suda vistosamente
le butta li' un
- Dorothy !
- C'e' la signorina Lowrence
quasi bisbigliando
SCENA 3
Cathrina Lowrence ha vestiti firmati
e modi griffati
in essenziali tagli di nero armani siede
sulla terrazza di uno dei più esclusivi locali della città
il gomito poggiato sulle gambe accavallate
la mano
poggia aggraziata il bocchino d'avorio al portacenere
mentre
il fumo si lascia dietro quei candidi denti
per sfiorare voluttuoso il costoso rossetto
John Fogar Darren
si infila all'ultimo nell'ascensore
c'è calca
sono le sette
tutti salgono alla terrazza più esclusiva della città per un aperitivo
John Fogar Darren, quattordici anni spesi in galera
si domanda cosa cazzo voglia dire esclusivo
tutti
nell'ascensore
lo guardano
tutti
in quell'ascensore
lo temono
terzo piano
Nell'ascensore parlano tra loro della giornata
i più bisbigliano
settimo piano
molti continuano a fissarlo
John Fogar Darren ha capelli stoppacciosi e sporchi, una barba di tre giorni,
alcune vistose escoriazioni in volto
il resto e' avvolto in lungo cappotto di pelle alla cui estremità spuntano due stivali.
e puzza
terribilmente
ci sono molte cose che John Fogar Darren non sopporta.
essere fissato e' una di queste.
- Qualcuno di voi ha qualche problema !?
grida guardando fisso le porte chiuse.
silenzio
poi piccoli bisbigli -di donne- che gli uomini tacciono.
tredicesimo piano
alcuni scendono.
venticinquesimo.
terrazza
musica
uguale a quella dell'ascensore.
buttafuori
totalizza il punteggio più basso che si possa totalizzare con un buttafuori
tanto che questi quasi non ci crede
- Credo che tu abbia sbagliato piano amico...
John Fogar Darren gli pianta la mano aperta in petto e lo sposta come fosse nulla
con la destra estrae una Smith&Wesson calibro 45 e procede a passo spedito
non deve neanche farsi largo
che la gente si sposta effetto mar rosso i dieci comandamenti
arriva alla fine della terrazza
alza la pistola
mira
tre colpi
alla testa
tre colpi
al petto
butta la pistola
si volta estrae una Beretta Cougar F inox per mano
si dirige a passi spediti all'uscita
spara a quattro persone a caso
al buttafuori
volutamente
ed entra in ascensore.
Non aveva mai sparato a niente di così bello
si accende una sigaretta
avrebbe dovuto chiedere più soldi
molti più soldi.
terzo piano
blocca l'ascensore
esce
uscita d'emergenza
scale antincendio
- Come era bella
quattromilacinquecentodollari...
- avrei dovuto chiedere più soldi.
SCENA 4
il sole si poggia infreddolito sui tetti
nel tramonto di novembre
di sfondo a piccioni che s'incendiano
di colori
loro che hanno il colore della strada
Corley Mc Gregor, dodici anni, lentiggini e capelli rossi
gioca da solo dietro la casa degli Hewans.
La via e' chiusa e la gente ci porta spesso cose, soprattutto a notte
che il mattino dopo ti svegli e c'è persino una barca
giuro
una barca con un buco coi', ma una barca
o una macchina bruciata
frigoriferi
nei suoi piccoli calzoni corti
schivando ma non troppo le pozze
Corley ci si aggira nei suoi grandi occhi accesi
immerso in chissà quale sogno.
si china
scosta in un suono sordo un telo
di quelli di plastica spessa spessa e mica troppo trasparenti,
con le borchie di metallo ai lati
ne scende
da un lato dell'acqua scura
fa' una salto indietro
col cuore in gola
- Signora Hewans, Signora Hewans
si mette a gridare
- c'è un morto, c'è un morto !
Il detective Glen Mitchel ci mise meno di un minuto a riconoscere nel morto John Fogar Darren
- Miller, ma puzza così perché e' già in decomposizione ?
- No, no puzza così di suo, l'hanno ucciso che sarà un'ora capo
- ...e' quello il ragazzo ?
- Ciao Corley, sono il detective Glen
posso farti qualche domanda...
vuoi fare un giro sulla macchina della polizia ?
- col cazzo che ci salgo sulla tua macchina, che poi mi sodomizzate
- Ho capito.
Si rialza, impartisce una serie di direttive quali chiudere l'area e interrogare vicini
coi bambini non ci sapeva proprio fare
neppure coi suoi
da quando Muriel era morta poi
ormai erano cinque anni e le cose andavano sempre peggio.
ormai il piccolo Tim non lo adorava più
per lui era più il suo campione
come quando li caricava sulla vecchia mustang del 63
quella che lo zio Corley gli aveva lasciato in punto di morte
e li portava giù per la statale 36
guidando tutta la notte
arrivando all'alba al vecchio capanno sul lago
che c'erano voluti cinque anni di duri lavori per renderlo così
e poi ci si tuffava e stava in acqua tutto il giorno
e al tramonto sotto la veranda
l'odore dei cedri e profumi di fiori indiani
e tutti e quattro a bere quei caldi te speziati
che Muriel preparava con tanto amore
Il piccolo Dan ci buttava dentro i biscotti della nonna Luise
che allora ancora li faceva buoni; che ancora non sapeva che di li' a poco la malattia l'avrebbe presa e costretta in clinica.
e ne allungava a volte qualcuno a Tim, il Labrador dei Warren, che spesso tenevamo l'estate.
- E' lui, e' lui
- ?
- Le pistole Capo, e' lui che ha ucciso Cathrina Lowrence e quegli altri tre alla terrazza.
SCENA 5
Michael J. Korley guarda fuori dalla finestra aperta.
ha smesso di piovere
e come e' tersa l'aria dopo che ha piovuto.
poggia il bicchiere sul davanzale
il sole sta tramontando, Dorothy e' gia' andata a casa
e fra poco verranno a prenderlo.
si accende un sigaro
con quest'aria e' particolarmente buono
glie li fa avere Kurt, l'inglese che lavora in dogana
lui
qualche anno fa
ha fatto entrare il suo ragazzo a YALE e da allora
ogni anno
gli manda i sigari.
La canna della 7.65 gli sfiora il palato
mentre i denti
ne sentono il freddo del metallo
contrae
un poco l'indice
pensa a Cathrina
contrae un poco l'indice.
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