mercoledì 28 febbraio 2007

Sul fare design

Questo il testo di un' intervista che ho scritto per una rivista
(Computer Arts) lo scorso agosto.
In effetti mi avevano dato delle domande,
che però mica ho considerato,
così ho scritto ciò che mi veniva.




- Ah, il grafico..
pubblicitario ?
- No.
perplessità..
- oh.. allora cosa ?

"A quel punto comincio di solito ad elencare una serie d'altre cose
che si possono fare come grafici; logotipi, manifesti, copertine e perché no,
anche (e nel mio caso soprattutto) quadri.
Di solito l'interlocutore fa allora finta di capire,
ma si vede benissimo che mente che non riesce realmente ad inquadrarti.
Mestiere bizzarro quello del grafico.

Mi sarebbe piaciuto disegnare, ma rubando le parole ad Alighiero Boetti, non sono nato col privilegio della mano.
Dopo un' "occhiata" ad architettura entro, con l'idea di diventare illustratore,
in una scuola di grafica.
Allora lauree brevi non ne esistevano, e francamente fare chili di matematica e fisica un due tre, mi sembrava faticosamente inutile.
Mi piaceva l'illustrazione: Mucha, Arthur Rackham, Maxfield Parrish, Frazetta e l'animazione giapponese
(che col suo segno asciutto ed essenziale e' vicina alla grafica quanto all'illustrazione)
Ma anche, e andatevelo a vedere se non lo conoscete, Patrick Nagel.
Nagel faceva a mano ciò che oggi si chiama Vector Art, con un segno non distante da quello dell'animazione (soprattutto quella di oggi più che quella d'allora).
poi purtroppo è morto.
A scuola mi guardo un po' in giro e vedo mani irraggiungibili,
segni che nascono nella bellezza della spontaneità, e io , studiando e sudando anni non ne avrei mai sfiorato l'ombra.
Non che non ci debba essere il sudore e la fatica dello studio, anzi, fatica a chili e sudore a litri, ma non nell'esecuzione.
E' un po' come nella danza, dove ogni gesto deve apparire facile e leggero, e non deve mai tradire la fatica, come se la gravità non esistesse: è quest'illusione uno dei suoi elementi di fascino.
Quindi a vent'anni prendo in mano un mouse,
e photoshop 2 ! Nasce un amore che dura da quindici anni
ora photoshop e' alla versione 8 e io alla punto35.

L'empatia con la macchina in realtà c'è sempre stata..
ad undici anni programmavo su un Texas Instruments TI99/4A e un Apple IIC ancora funzionante illumina di modernariato il mio tavolo coi suoi fosfori verdi, sui quali ho lasciato un bel po' di diottrie.

Quindi lascio la scuola e mi metto "a bottega", come una volta.
Mettere le mani nel mestiere da subito, un mestiere che ancora non si conosce, e che si apprende per osmosi quotidianamente, tenendo gli occhi e le orecchie aperte, e continuando a fare domande anche passandoci da stupidi, non importa.

poi, la fortuna e' spesso
nell'incontro con persone
che non posso non ringraziare.

L'inizio di tutto e' con Alexander Koban (allora IMAGIC) che a meta' anni '90 mi fa lavorare su un Paintbox; mettendomi praticamente un mestiere in mano. (grazie :)
Macchina fantascientifica per gli standard di allora.
Costava intorno al miliardo (lire, no euro), stava in una stanza "criogenica", aveva un monitor Barco da 29" che valeva come una BMW e una tavoletta grafica che rispetto alle "clave" che circolavano allora sembrava uscita dall'area 51.

Li' e' la base e l'inizio di tutto: la manipolazione dell'immagine:
abbandonata (ma mai del tutto, neanche oggi) l'idea di crearle da zero, nel segno del disegno, accetto di rielaborare a partire da foto.
Ma in quei fotomontaggi (soprattutto quello si faceva,e dove ho imparato a fare le maschere per bene, mica cose tagliate con l'accetta) che baravano sulla realtà mancava qualcosa.
Erano la base tecnica che mi sarebbe servita per fare altro, ma erano solo la metà del tutto.
L'altra meta' è arrivata dall'amore per la parola; la tipografia e la grafica.,
l'incontro col poeta Giancarlo Majorino (che oltre ad essere uno dei più grandi poeti italiani è un vero maestro di vita)
e poi, con David Carson (più con i suoi lavori più che con lui :)
Dell'incontro con Carson devo ringraziare (e certo non solo per questo) Guerino Delfino, ora CEO Ogilvy Italia, che poi nel 2000 mi fa fare anche l'intero design per la Biennale Di Venezia.
Last, but not Least il fotografo Giovanni Gastel, che mi lascia posare gli occhi e mettere le mani su immagini di rara bellezza, e tra le tante cose che mi fa scoprire, la vera "alta definizione": banco ottico 20x25, niente compromessi !
Sara' che non è digitale, sarà che dentro un banco ottico si vede una realtà di tale bellezza e ricchezza; comunque sia il piacere e il desiderio dell'analogico spesso si fa sentire e ritorna:
torna nella voglia d'usare fogli d'acquerello che si increspano con l'acqua, vergati dal segno della grafite; che se li tocchi, se ci passi sopra le dita si spande,
e l'undo non c'è mica.
Il tatto e' un elemento importante nel mio lavoro.
Quando provo a spiegare che la scelta di un carta non è solo una variazione sulla resa cromatica, ma anche e soprattutto una differenza di percezione psicologica, quando il lavoro viene tenuto in mano o sfogliato.

E forse la materia è ciò che mi ha sempre tenuto un po' lontano dal web,
non che non ne abbia fatto, ma senza troppa convinzione;
Erano poi periodi abbastanza "pionieristici": flash non esisteva, la connessione sembrava fatta con due bicchieri di plastica attaccati per un filo, e il sito lo vedevi completamente diverso su macchine diverse.
Ovvero variavano in maniera aleatoria i pesi della composizione: cosa inaccettabile per un designer no ?
E, altrettanto importante, il lavoro e' ovunque e in nessun luogo e se poi provi a stamparlo e' piccolo piccolo.
Ora il panorama e' completamente diverso e chissà che non mi ci rimetta.

Certo ho una macchina digitale, che pratica è pratica, ci mancherebbe; è uno splendido scanner tridimensionale !
Ma le Foto le faccio con una vecchia Hasselblad (medioformato, 6x6)
Non ha neanche un esposimetro, e per avere un'idea della foto che verrà anziché avere uno schermino a lcd, si mette un dorso  Plaroid; si scatta, gli si da il tempo di svilupparsi, e poi si inserisce il dorso con la pellicola; nel frattempo le condizioni meteorologiche e di luce cambiano completamente.. ma è un po' il suo bello.
E lì dentro, nelle immagini catturate dentro quel pozzetto, dove ci si muove al contrario e la destra è la sinistra, i prati son fatti di fili d'erba e il greto dei fiumi di ciottoli, e non indistinti mosaici di megapixel grigio chiari e grigooscuri.

Quindi, digressioni a parte, forse il ponte dall'illustrazione alla grafica e' stato tipografico.
Nell'unione tra parole e immagini il testo si ritrova a vivere in uno spazio particolare
poiché non e' li' solo come portatore di un significato semantico.
Ha forma, dimensione, posizione, tensione.
Il significato si relaziona col significante visivo.
Ma volendo può anche perdere completamente il significato,
diventando elemento tra gli altri, un elemento grafico da giocarsi, che incidentalmente può anche leggersi.
le parole scoprono la forma e le forme della forma,
semantica liquida che nel mutare si contamina, reagisce e diviene altro.
Una piccola alchimia... e che invidia per i giapponesi: gli ideogrammi sono già di per se tutte queste cose, e inoltre si può scrivere indistintamente in orizzontale o in verticale
(ma un verticale che non ti porta ad inclinare la testa per doverlo leggere, un verticale "dritto"; insomma, quello che da noi si può usare solo per le scritte Motel o Hotel !)

Anni formidabili gli anni '90.
Un decennio in cui la grafica assumeva connotazioni più ampie rispetto a prima,
nella distanza che si andava creando tra il grafico in senso tradizionale (quello che gli esecutivi dei loghi li aveva fatti fino ad allora con la reprocamera) e il graphic designer
(e in quel verbo: to design, a noi mancante, c'è una reale distinzione, non e' solo esterofilia dei nomi) e i visual artist (dei quali mi sento di far parte) per i quali l'approccio alla composizione e' molto più "pittorico", fatto di masse, ritmi, andamenti e movimenti
..gabbie ? cosa sono ?
C'era gente come Neville Brody che,  benché non sia mai stato tra i miei modelli, inventava veramente di tutto.
Sicuramente per la mia "formazione" i più importanti furono i "Why Not Associates" e ovviamente David Carson.
C'era un gran fermento allora, riviste come Emigre e Ray Gun; anni di dibattiti tipografici tra readibility e legibility, tra il "more is more" and "less is more" anni in cui si riscoprivano le fotocopiatrici (meglio se vecchie e col tamburo sporco) e si scansionavano i fax e le macchie delle tazze di caffè.
Dopo i primi anni bui del DTP in cui il massimo erano i fondi marmo rosa ! o peggio
(sì, perché sembra incredibile, ma ci può essere di peggio del marmo rosa) gli sfondi mattone.
Non me ne sto chiamando fuori, l'ho usato anche io il marmo rosa.

Le agenzie di pubblicità le ho frequentate, ma spesso con poco amore..
pensavo (sbagliando) ai pubblicitari come a romanzieri, e a noi grafici come poeti, duri e puri.
Essere un graphic designer (essere, non fare il designer) era per me anche una ricerca; una ricerca di verità.
Dato uno spazio e degli elementi, le riconfigurazioni possibili sono infinite,
ma è come se ve ne fosse una "più" esatta, la "più perfetta" tra tutte;
e nel momento in cui colloco gli elementi in quel modo perfetto...
allora li', in quel luogo accade qualcosa, "accade" una forma di verità.
Non solo nel senso di bellezza come verità, ma perfezione degli spazi, come la soluzione di un'equazione.
Come le geometrie sacre induiste (come i mandala) o pitagoriche come la parola magica o sacra, dove l'esatta collocazione di una serie di lettere genera qualcosa.; come la ricerca del nome di Dio nella qaballah.
In altre parole passavo le giornate a spostare le cose di mezzo millimetro.

Tra le ragioni per cui in pubblicità non mi sono mai trovato è che in fondo di comunicazione non ci capisco mica molto.
Nel senso che spesso mi fermo al passo prima: l'espressione.
L'espressione prescinde dal ricevente (in realtà spesso se ne impippa proprio, se l'immagine funziona funziona, quali spiegazioni, studi di mercato, ricerche e test ti servono ?)
Non che l'espressione sia estemporanea o peggio gratuita (nel senso del fare tanto per fare)
E' solo che non c'è manifesto, non c'è un fine preciso,
se non il fare  per dovere (come obbligo x se stessi, nei confronti di se stessi)
E' una necessita' (come quella che Rilke attribuisce alla poesia) di sopravvivenza,
dare corpo a pensieri antropofagi, prima che scavino o mastichino una strada fuori.

Inoltre  non ho mai avuto molto progetto o pensiero dietro le mie immagini.
Tutte le volte in cui mi sono messo alla macchina dopo aver progettato, ne uscivano delle creature deboli e moribonde (Un po' come in quei film di fantascienza dove dopo anni di ricerche danno vita a strane clonazioni e la creature appena nata, si guarda un po' attorno stralunata per poi morire, in un urletto asfittico)
Nulla contro chi progetta, ci mancherebbe, è semplicemente che non ne sono capace.
E se una volta sarebbe stata una posizione molto più difficile da difendere, oggi con l'ingresso dei computer le cose sono un po' cambiate.
Vedo l'uso del  computer un po' come quello della macchina da scrivere.
A cos'altro serve la macchina da scrivere se non a consentire una scrittura veloce quasi quanto il pensiero e comunque incommensurabilmente più rapida di quella a mano (chiunque sostenga il contrario è solo perché non sa battere a macchina)
Quindi alla macchina (computer) in una sorta di "stream of consciousness", o action painting o scrittura beat, ma con consapevolezza.
Dove migliaia di decisioni vengono prese costantemente, in frazioni di secondo (più piccolo, più in basso, meno verde, lo tolgo ecc) per niente a caso, con un occhio vigile, consapevole e allenato, abituato a guardare centinaia di immagini  e a cogliere in tempo reale il cambiamento che subisce l'intera impaginazione a seguito di ognuna di queste decisioni.
Quindi, per non essere frainteso, lontani da quello che si chiama "wild layering".
Va bene l'uso di centinaia di layers, ma non "selvaggiamente", non perdendo mai di vista la composizione.

Coerentemente, anche nella vita  non ho mai avuto molto progetto/carriera:
Lo studio dove ho lavorato più a lungo e per il quale ho fatto alcuni dei lavori più importanti la scelsi perché mi piacque la ragazza con cui feci il colloquio, mica per i clienti che avevano :)

Forse non sono in grado di "pensare" una soluzione, posso solo "intuirla".
E l'intuizione, come la mistica, si subisce. Quando arriva, bene; e quando non arriva si usa "il mestiere" per uscirne.
Se i clienti sapessero quante cose vengono pensate (anche a posteriori) per vendere razionalmente delle soluzioni spesso mediocri; le riunioni ad alto livello d'agenzia/cliente sono delle vere performance; l'abilita' nel vendere l'oggetto prescinde completamente dall'oggetto stesso, che spesso viene per ultimo, anziché per primo.
E questa cosa mi ha sempre fatto un po' di fatica.

Quindi immagini (come racconti) che sorgono da sole,
e bussano da dentro quando vogliono uscire.
Mi prendono in prestito, mettono su un disco
e si fanno carne.
La musica e' un elemento essenziale nel momento creativo.
La pagina e' un'architettura per l'occhio, che deve essere invogliato ad abitare, dovrebbe sentirsi a proprio agio (o anche disturbato, purché consapevolmente)
bisogna guidarlo dentro la pagina e non lasciarlo saltellare a caso o perdersi tra gli elementi presenti;
la pagina ha una scansione ritmica nei pieni e nei bianchi
e la musica può aiutare, dando la base a questo ritmo.
Quindi tendo ad ascoltare musiche diverse a seconda del lavoro che devo fare.
La musica giusta per il lavoro giusto.

A proposito dei pieni e nei bianchi..
i bianchi, il bianco meriterebbe un discorso a se
( e qui, chi mi conosce sorride)
Il bianco non è ciò che rimane, ciò che avanza dopo il design.
E' un elemento importante quanto qualunque altro venga inserito (e spesso di più) .
Anche per questo è a volte difficile giudicare per bene un'immagine nella cornice del monitor
Andrebbe sempre stampata e rifilata.
E solo lì, a quel punto si può veramente capire come si respira dentro, se ci si sente soffocare contro i margini, o sballottati in impaginazioni fitte e casuali, o smarriti in un vuoto eccessivo che non è minimalismo, ma miseria.
(confine sottile quello tra essenziale e povero)
Spesso la cosa più difficile per raggiungere lo scopo risulta togliere cose; che un po' ci piacciono ma nuocciono all'insieme, però ci piacciono e vogliamo convincerci che alla fin fine funzionano.
Niente vero, bisogna avere il coraggio di buttare via, un elelemento/momento per il bene dell'insieme... non che mi riesca sempre, a volte cedo e lo tengo.

Ovviamente per immagini che nascono per il monitor o lo schermo il discorso è un po' diverso.
Lì poi c'è, accade, una cosa unica e invidiabile: il movimento.
Ho messo a volte le mani su After Effects, per realizzare qualche "poesia visuale"
ed è un mezzo affascinante, anche perché lì, la musica e il sound design, danno realmente un ritmo alle immagini che scorrono.
Poi mi sono un po' impedito d'usarlo, un po' perché servono macchine "serie" se non si vogliono passare ore a guardare barre di scorrimento, e un po' perché ci mancava solo sviluppassi una dipendenza anche da After Effects per non staccarmi più dal monitor.

Però l'immagine cinetica continua ad attrarmi,
con le sue infinite possibilità narrative.
Sono innamorato del cinema,
soprattutto quello dalle forme asciutte ed etiche,
quello che una volta facevano Bresson e Dreyer
e oggi fanno i Fratelli Dardenne,
o anche Isabel Coixet
mi piacerebbe fare quello.
ma non e' una cosa semplice.
Per ora
scrivo sceneggiature.

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