Nell'ovatta della macchina, attraverso,
scortato dalla notte, le terre di Bretagna.
Quimper e l'autostrada sono alle spalle da chilometri
dalle casse, dolce, la voce di Isabelle Boulay canta C'était l'hiver
che io il francese mica lo capisco
ma mi viene la pelle d'oca al sentirla
ed è certo che stia cantando cose tristissime, da trafiggersi di spade
come il sacro cuore di Gesù.
Seguo l'indicazione, lascio la strada principale e mi butto sulla destra, verso il mare,
il finestrino abbassato
sento il mutare dell'aria.
Sparute, incontro le prime case;
sparse a briciole nel nero della notte.
Basse e silenziose
la testa incassata nella schiena piegata,
schiena di legno
a pelle di tegole e sassi, spaccata sotto una vita di vento e salsedine
legni erosi e tenui colori di sale.
Proseguo, mentre ai lati della strada lente si raggrumano, si fanno forza, si tengono caldo l'un l'altra,
diventano un unico corpo, creatura,
che trovo addormentata ai bordi del mare.
Supero una chiesa, col suo calvario scolpito di pietra nera
passo oltre ai soldati romani, alle due Marie
che nella notte non distinguo tra loro e al Cristo
che appeso e trafitto mi guarda muto.
Una panetteria, poi la strada curva e si apre.
Accosto nell'unica piazzetta.
Al rallentare delle ruote, il suono della ghiaia sotto i pneumatici
poi
quello sempre magico
del motore che si spegne.
Quello stesso suono che mi svegliava da piccolo
quando mio padre spegneva la macchina,
piccola decompressione del silenzio
mi toglieva dai sogni di bimbo
sdraiato sul sedile di dietro
e mi diceva d'essere arrivato a casa.
Scendo,
suono tondo della portiera che si richiude
stiro le vertebre incassate
e riesco persino a scroccarne due,
che è sempre un piacere.
Respiro a pieni polmoni l'aria di quel luogo sospeso nel sonno,
chissà se sognano i paesi quando dormono.
respiro assieme al luogo;
un respiro lento e costante,
con dentro piccoli rumori
come il sonno dei vecchi.
Mando nei polmoni quell'aria così piena dei sapori del mare
odori di vita e morte assieme
energia e putredine si mescolano al grido dei gabbiani
e allo sciabordio di piccole onde
sulla spiaggia di ciottoli.
Mi dirigo verso il faro
che non è di quelli da cartolina
tondi, bianchi a strisce rosse
con un cristallo di swarosky in cima
ma è base quadrata e di pietra scura.
Ci faccio un giro attorno
mi chino a sentire con le dita l'acqua.
Intanto
noncurante
il sole sorge.
Che bel modo di farne conoscenza arrivare in un paesino sconosciuto in un' ora come questa.
osservarlo mentre dorme, senza il rumore dei suoi abitanti
senza le forme che gli danno gli abitanti
ma comunque vivo,
un gigantesco cetaceo spiaggiato.
Non appena apre, entro nel bar che dà sulla piazza.
Chiedo ad una vecchina cortese di farmi due crépe dolci.
Ha appena acceso la piastra e non verranno benissimo, mi dice.
tanto che quasi non vuole darmele
tanto che più tardi finisce col portarmene gratuitamente un'altra
che mi lascia con un gran sorriso sul tavolo
"Questa è fatta come si deve" mi dice.
Mi tratta con cortesia
ha certo capito che sono italiano
cosa che viaggiando non mi ha mai dato problemi, anzi
che a noi
al di là delle cazzate pizza e mandolino
ci trattano bene in gran parte del mondo.
Sono ormai le sette
Entra una ragazza dai capelli carota, un vestito verde, un paio di piercing,
e una faccia immusonita che la rende ancora più carina.
Ci scambiamo una rapida occhiata
certo sapessi la lingua potrei attaccare discorso.
certo
infatti in italia parlo sempre con le ragazze carine che incontro, come no.
Mi fanculo, mi alzo, pago ed esco.
Gente, ora in giro c'è gente.
Risalgo in macchina e proseguo lungo nord seguendo la costa.
Alla mia sinistra, tra la strada e il mare si erge un albergo
solo
bianco a due piani
sembra la locanda Almayer di oceanomare
tanto che non posso non fermarmi.
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1 commento:
Adesos è toccato a me fare tutta la trafila ma...Che Meraviglia, il Grido dei gabbiani certo è meglio di qualsiasi garrito...
La ragazza con i capelli color carota poi mi ha fatto sorridere in particolar modo, poi capirai perchè.
Intanto, un sorriso e un inchino, T.
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