domenica 21 febbraio 2010



t'amo, come le nubi il cielo.

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lunedì 8 giugno 2009

A volte vorrei scomparire,
magari dentro un libro.
Letta l'ultima parola lo chiudi, e cade in terra;
che non ci sono più mani a tenerlo.


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lunedì 30 marzo 2009

L'ospite

L'inizio è a volte difficile.
Non come la fine, che avviene e s'impone.
Che poi la storia è già lì. Tutte le storie sono già lì.
Non resta che decidere da dove cominciare a raccontarla.

Alle setteventicinque suono alla porta.
Fingo, come fosse un mazzo di fiori, di nascondere le due bottiglie di vino dietro la schiena, e aspetto.
La porta si apre, colando sulla strada un po' della calda luce della casa.
Abbasso gli occhi e ricambio con un sorriso quello del traballante frugoletto che mi accoglie.
Che il sorriso di un bambino di due anni è cosa che si può tentare di ricambiare, ma non contraccambiare.
Come rifilare vecchie perline di vetro in cambio d'oro e saggezza. Quasi una truffa, ma questo è ciò che ho.
La mamma alle sue spalle; ci baciamo, come stai, anche io ti trovo benissimo, le passo il vino, non dovevi.
Altroché, penso io, e ritorno alla telefonata del mattino, vieni a cena da noi, te la ricordi, e mi aveva fatto un nome.
Il nome non lo ricordavo, e speravo semplicemente fosse chi pensavo io.
Certo, a che ora, porto qualcosa ?
Entro nella luce della casa.
Giocattoli e cose di bambini ovunque per terra, il tavolo apparecchiato per quattro.
Il marito fuori in giardino a fumare, assieme all'altro ospite.
O meglio.
L'altra ospite.
Mi rincuora avere quel tempo, poter prendere ancora tempo.
Sono un po' nervoso, certo meno di quando avevo quindici anni, ma la natura della cosa è uguale, ogni nuovo incontro a suo modo lo è.
Crescendo fa sudare meno, accellera meno il battito, ma l'azzardo è uguale, e la posta in gioco in fondo è esattamente la stessa: un'ipotesi di felicità.
Mi tolgo il giubbotto, infilo nelle tasche telefonino e portafoglio, lo poggio su una sedia,
mi accovaccio e giochiamo con un'automobilina cui mancano già molti pezzi, incluse due ruote.
Bravo gli dico, manco hai due anni e già fai le gomme alle macchine.
Poi alle mie spalle rumore di legni e vetro, portafinestra che si apre e si richiude, rientrano.
Mi alzo, saluto e abbraccio il mio amico, e prendo ancora tempo, l'ultimo che posso, l'ultima boccata d'aria prima di tuffarsi e poi ci siamo
- Ciao
- Ciao
Le stringo la mano, mano di donna.
Ci guardiamo negli occhi, ci riconosciamo, ma ci presentiamo comunque
- Ci siamo visti al battesimo mi dice
- Mi ricordo
dico
Me lo ricordo molto bene penso.
Dev'essere passato ormai un anno o forse più.
Certo non me l'ero scordato, certo non me l'ero scordata.
Da allora alcune, forse molte volte, avevo persino pensato di chiedere qualcosa, sì, ma cosa ?
Quella tua amica, quella che c'era al battesimo, sì ma quale ?. O anche, come per caso, chiedere hai mica delle foto della cerimonia,
sfogliarle con disinvoltura, e con noncuranza, finta e simulata, ritrovato il suo volto chiedere ma lei ?
Sì, ma lei cosa ?
Il nome non lo ricordavo, ma tutto il resto sì,
Il tono della voce, dolce come lo sguardo e i modi gentili.
Li ritrovo.
Ci sediamo sul divano e parliamo tutti e quattro del più e del meno,
quando posso, poso lo sguardo sul suo viso, ogni tanto poso i pensieri giocando col bambino.
Poi è cena e ci sediamo a tavola.
Si siede nel posto dove mi sarei seduto io, e la cosa mi piace.
Mi siedo dove non mi sarei mai seduto.
Arrivano portate, vino e chiacchere.
La ascolto con piacere, faccio la più stupida delle domande che è: tu cosa fai ?,
parliamo di vacanze, di luoghi dove andare.
Tutto bene, fin qui, tutto bene.
Poi, dice una cosa.
Una di quelle che non vorresti sentire, non in questi momenti, non così all'improvviso;
non quando sei così tranquillo da riuscire a parlarle come la conoscessi, senza quel patetico tentare di fare il piacione.
Comincia quella frase che per lei ha il peso di tutte le altre, ma il cuore mi si contrae un poco.
Un piccolo spasmo involontario, come chiudere gli occhi quando qualcosa t'arriva in faccia.
Comincia una frase con: Il padre del mio fidanzato..
Il resto non lo ricordo; per alcuni minuti è nebbia.
Il cervello stacca, ma è tardi. Strappa al volo cavi e connessioni, lascia tutto in balia di se stesso.
Alcuni attimi, forse minuti e mi ritrovo, ritrovo me stesso. Ma non è un bell'incontro.
Un po' stordito, piano riattacco l'interfaccia, quella da superficie, ma è come se mi svegliassi da un'altra parte; ed è tutto un po' diverso,
Il suono delle voci, Il sapore del cibo, la luce nella stanza.
Lei la stessa di prima, solo che ora è come fosse in un altro luogo, un luogo distante, un luogo inaccessibile.
Bevo un sorso di vino, poggio il bicchiere, ne passo lento il dito lungo il bordo, in uno, due, non so quanti ipnotici cerchi,
la testa mi rimane piegata un po' di lato, lo sguardo in un luogo che non c'è, tra la tovaglia e il bicchiere,
e Il padre del mio fidanzato rimbalza dentro,
come un'eco,
un'eco che gratta da dentro.
.

giovedì 22 novembre 2007

Una sceneggiatura

PREMESSA:
Quello che segue non è un racconto.
E' una sceneggiatura (all'americana)
Lo dico, per giustificare l'eccessiva, fastidiosa,
ridondanza di aggettivi ed immagini
(che non avrei mai messo in un racconto)
usati per tentare di rendere la "fotografia", i movimenti di macchina, e il senso o meglio il sentimento generale dell'opera
(mi scuso per la parola opera :)

Può essere che un giorno questo film trovi il modo di prendere corpo,
mi auguro, per allora,
d'averne scritti di migliori.





La Colpa
sceneggiatura di Patrick Behar



- Nero
- Irrompe, tondo e sgraziato, il rumore d'un batacchio
una, due,
tre volte.
- In lontananza, il suono di piedi scalzi che toccano il pavimento.
- Mentre scorrono i titoli di testa sentiamo i piedi avvicinarsi,
leggeri,
piedi di donna.

- Terminano i titoli,
e arrivato sino a noi anche il suono dei piedi.
- Batacchio,
due volte,
ma più discreto.
- Leggero rumore di metallo su legno; uno spioncino che viene scostato.
- Ne entra una lama di luce che svela un naso, un occhio e allargandosi
il volto di una donna.
Il teso profilo getta trepidante uno sguardo oltre il foro,
e l'occhio un poco sorride; non felice, ma disteso per ciò che vede.

- D’un lampo scompare la luce al richiudersi dello spioncino.
- Nel nero il rumore d'un catenaccio.
- La porta si schiude,
nel gesto del braccio
e verticale la lama di luce illumina tutto il volto.
- La donna fissa con aria colpevole oltre l'uscio, mentre il braccio si ripiega,
come un'ala verso il corpo, il dorso della mano al seno, il palmo verso la luce,
le ultime due dita leggermente piegate.
Accennando un inchino, ruotando si scosta di lato, liberando l'ingresso.
- L'ombra della figura che entra
le scivola lenta sul volto,
come l'ombra d'una nube carica di pioggia, sulle ciglia degli alberi.


- Nel controluce della nuca, oltre ciuffi di capelli a grano nel sole, le spalle di un uomo
sotto le lise tese d'un cappello;
avvolto in uno scuro cappotto consunto
che svanisce nella penombra in cui ripiombano,
quando al chiudersi della porta
come risacca si ritira la luce

- Lei lo precede verso un tremolante chiarore giallo che esce da una stanza al fondo della casa,
chinando nuovamente lo sguardo nel passargli a fianco.





- Attraversano la casa nuda, coperta solo del buio in cui giace;
nella penombra un tavolo, due sedie e d'angolo un lavello.
Si fermano.
Si volta verso l'uomo;
un leggero cenno,
e scompare
nella luce della stanza.
- Ne esce tenendo una candela accesa che poggia sul tavolo
dove incendia i riflessi ramati d'una brocca e d'una tinozza che attendevano nell’ombra.

- Prende dalle mani dell'uomo il cappello;
lo aiuta a sfilarsi il cappotto, che ripiega con cura s'un braccio
passandovi sopra l'altra mano, a toglier le pieghe,
passandovi sopra la mano...
gesto in cui si perde, e che diviene una carezza
gli occhi a seguire chissà quale ricordo
carezzando il cappotto
cappotto di uomo.
Si ridesta e lo poggia sullo schienale d'una sedia.
- Presa la brocca accenna il gesto di porgergliela, ma fermandolo a meta'; come mostrandogliela.
Lui
traccia nell'aria alcuni brevi segni con la mano destra,
quindi
le pone entrambe al di sopra della tinozza.
- Con corti movimenti si lava le mani,
mentre lei vi versa sopra l'acqua dalla brocca.
due gesti più secchi per scrollarle,
le asciuga in un piccolo straccio che prende dalle sue mani.

- La donna libera il tavolo, mentre alle sue spalle lui si siede e vi poggia sopra la valigia.
- Lei svuota la brocca e la tinozza nel lavello,
passando poi lenta
circolare
la mano nell'utero del vaso
e mentre le asciuga osserva l’uomo,
attento
in quei gesti certi,
ripetuti chissà quante volte ma non scontati, con cui estrae e poggia sul tavolo,
nel luogo in cui vanno,
uno ad uno degli oggetti;
- Un involucro delle dimensioni d'un mazzo di carte,
una piatta pietra nera ed un pennello.







- Terminato ruota piano il capo, sino a guardarla.
lei trasalisce, e come scoperta
si rifugia in un piccolo gesto compulsivo aggiustandosi la veste e lo raggiunge.
- Seduti al tavolo, uno di fronte all’altro, si guardano
- La mano dell'uomo poggiata col palmo verso l'alto attende quella di lei.
- Piano, con la paura di chi la infili in una tana sconosciuta glie la porge.
- L'uomo l'afferra saldamente, mentre con l'altra le incide in un lampo
un piccolo taglio fra l'indice e il medio
- Alla donna sfugge un'espressione di sorpresa vergogna, più che di dolore,
come una folata di vento le avesse per un attimo sollevato le vesti.
Le tiene la mano, finche' qualche goccia di sangue cade sulla pietra nera.
- La lascia
sputa sulla pietra
Preso il pennello passa lentamente la punta in quell'impasto di liquidi
ai quali si aggiunge il nero dell'inchiostro che si scioglie
- poggia il pennello, quindi estrae un pezzo di carta dall’involucro.

- La mano dell'uomo attraversa lenta lo spazio che li separa,
avvicinandole un rettangolo di spessa carta telata, dai contorni strappati.
- Lei guarda spaventata quel bianco pezzo di carta venirle inesorabilmente incontro.
Finche' atterrita lo fissa ormai immobile
posato sul tavolo,
mentre la mano di lui lentamente si ritira.
- Più di una volta sposta lo sguardo
tra l'uomo e il pezzo di carta,
il pezzo di carta e l'uomo.
l'occhio come un animale preso in gabbia
che sbatte
contro quelle due pareti.

- Pazientemente attende
il foglio
e non si muove
in un lotta tre lei e il bianco
che e' lotta in lei
attende
ineluttabile
la resa
attende
ineluttabile
che un suo gesto
lo verghi di segni..
di parole.




- Lo sguardo dell'uomo diviene più severo
- La bella mano di lei prende un po' tremante il pennello
un ultimo sguardo all'uomo poi china il capo e scrive
con gesto incerto e sofferto,
quasi stesse scrivendo col sangue del suo cuore,
alcune parole sul foglio.

- Poggia esausta il pennello
e porge all'uomo il foglio
come un bambino una brutta pagella al padre.
- Questi legge, poi sposta lo sguardo su di lei, sguardo che non ammette repliche o giustificazioni
scuotendo -quasi- impercettibilmente il capo.
- La donna si morde il labbro e non sostiene lo sguardo,
che nasconde di continuo nel tavolo.

- Lui,
ripone tutti gli oggetti nella borsa,
che chiude e afferra con una mano alzandosi.



- Entrano nella stanza.
Oltre le loro nuche
in un letto circondato di candele
giace una bambina
sotto pesanti coperte, da cui spunta il piccolo visino madido
affondato nel cuscino.
Soffre,
ma un poco sorridono i suoi grandi occhi quando vede la donna
sposta poi lo sguardo sull'uomo, e nuovamente, interrogativo, sulla donna.
che chinandosi le poggia amorevolmente una mano sul viso.
- Si siede al suo fianco e mentre le sussurra qualcosa all'orecchio
la bimba sposta lo sguardo sull'estraneo.
- Anche la donna si volta a guardarlo per poi alzarsi
mentre la sua mano delicatamente si allontana dalla fronte della bimba
in una carezza che e' un commiato.
Un bacio sulla fronte imperlata e va a sedersi su di uno sgabello a lato del letto
e osserva
- L'uomo si avvicina con un sorriso rassicurante
Si siede ai piedi del letto e la osserva per un poco
Con la mano destra traccia nell'aria dei segni
- Si alza,
per risedersi di fianco alla bimba.
- le poggia dolcemente l'indice sul nasino
facendo spuntare un flebile sorriso



- Poi,
come una calda piuma
le pone tutto il palmo sugli occhi.
lasciandola nella rassicurante penombra
del palmo di un uomo.
- Prende dalla borsa una vaschetta di metallo che pone in terra
- Estrae da una tasca interna il foglietto, lo lecca
e lo pone sul petto della bimba
la scritta a contatto della pelle



attendono…



- Fin quando il viso della bambina si contrae
nel dolore di uno spasmo
e Il foglietto comincia ad incresparsi
come se
qualcosa da sotto lo spingesse.
- Comincia a sollevarsi
mentre
da dentro qualcosa preme
qualcosa sta uscendo dal corpo della bambina
- L'uomo ne afferra con due dita l’estremità e lentamente comincia a tirare
senza mai spostare gli occhi dal viso della bambina
mentre con la bocca produce un rassicurante e inudibile shhh..
- Con l'altra mano continua a tirare,
finche' strappa fuori dal corpo.
qualcosa
che getta nel contenitore.
producendo un suono
di metallo su metallo

- Ripulisce con un panno umido la pelle della bimba
il cui viso diviene presto più disteso e non più madido.
- La bacia sulla fronte e si alza.


- S'infila il cappotto,
che aggiusta con un leggero colpo di spalle
sino a farne
uscire le mani.






- Nel chinarsi per afferrare la borsa,
volta un poco il capo
e ammicca
un sorriso alla bimba.
Poi
come rientrando nella sua maschera
si alza, si volta e si dirige alla porta
a passi scanditi da un ritmo certo.



- Sull'uscio aperto s'infila il cappello
e annusa
l'aria del giorno che sorge.
- Si volta a guardare la madre
e si fissano
per un tempo
che pare interminabile
finche'
senza spostare gli occhi dagli occhi
le mette qualcosa in mano

- Lei contrae le labbra
e abbassa esitante lo sguardo sulla sua mano socchiusa su se stessa
le dita contratte a coprire per la vergogna
ciò che le e' stato dato,
o meglio,
restituito.
- A fatica le dischiude, petali carnivori, sulla colpa
di quel chiodo insanguinato poggiato sul candido palmo.

- Si morde il labbro, e mentre i suoi occhi si velano di lacrime
la voce dell’uomo dice:
"Come hai potuto
dire questo a tua figlia ?"
.

- Fine
Titoli di coda


© Patrick Behar 2005/2006








Note a margine:
(note a margine sui personaggi e sulla storia)



Nel silenzio di una casa
si è consumato un dolore.
Una madre ha detto alla propria figlia
ciò che non avrebbe dovuto
e certo neanche voluto.
Ma quelle parole sono uscite
e non possono rientrare.

Non è la descrizione di un momento,
è la rappresentazione di un dolore.
Non siamo né in un luogo né in un momento preciso.
E' un qualunque luogo ed un qualunque momento nella storia
dei rapporti umani.

E' una madre amorevole, addolorata per ciò che ha fatto (detto)
e forse il suo di chiodo non potrà mai essere estratto.

Quell'energia repressa e accumulata in chissà quanto tempo
forse in anni
di dolori, tensioni e frustrazioni
voleva uscire
e ha preso quella forma per uscire
trovando nell'indifesa debolezza dell'altro il suo bersaglio.
Forse da quando ne era stata a sua volta vittima
quando aveva quegli stessi anni
e anziché restituire il dolore a chi glie lo aveva conficcato,
l'ha a sua volta passato
perpetrato.

Così come non vuole essere legato ad un dove e ad un quando,
allo stesso modo non sapremo cosa esattamente le abbia detto.

E' qualcosa di terribile, qualcosa che una madre non dovrebbe mai dire ad un figlio
(dell'ordine di grandezza di un "maledetto il giorno che ti ho messo al mondo" per intendersi,
con tutte le possibili costellazioni dei "mi hai rovinato la vita" ecc. ecc.)

Non c'è un uomo in quella casa.
Non c'è più.
Non c'è il marito e non c'è il padre.
Per questo la leggera enfasi sul rapporto fisico ed emotivo con l'uomo che entra.
Lei per un attimo quasi carezza il suo cappotto,
e la bambina viene rassicurata dal caldo palmo che l'uomo le posa sugli occhi
dal buio in cui la fa sprofondare per non farle vedere ciò che accadrà.
come si fa anche coi cuccioli d'animale atterriti.
Non sappiamo se suo padre le abbia mai carezzato i capelli,
se le abbia abbandonate per scelta
o se il destino li abbia separati, strappandolo da ciò che di più caro aveva
la compagna della vita e il frutto del loro amore.

L'uomo e la donna non si conoscono.
O meglio non si sono mai visti.
Lui fa questo nella vita
(per vocazione e non per mestiere)
Lei certo lo conosce per fama.
(come accade in genere per i guaritori nei paesi)

Non è una storia esoterica.
L'aspetto metafisico è pretesto e giustificazione
per costruire un contesto
in cui sia credibile la materializzazione del dolore,
o meglio, della fonte del dolore in un oggetto
e quindi la sua estrazione.
(certo più veloce ed efficace della psicoanalisi)

Nella vita ordinaria questo non è possibile.
Ci si ritrova a crescere con dolori di cui s'ignora l'origine,
o peggio, persino la presenza.
Ma loro ci sono e lavorano
sotto, nell'ombra.
Dolori che distorcono le nostre percezioni e rendono difficili i rapporti.
Uomini e donne che senza capire perché hanno fatica nel rapporto con l'altro e con l'altra
perché qualcuno, vicino o estraneo, un padre, una madre o uno zio han detto o fatto loro cose indicibili.
Cose contro cui dovranno lottare tutta la vita, senza mai sapere contro cosa stanno lottando;
senza mai sapere di stare lottando.

Qui ci si limita ad affrontare le parole, non le azioni.
(non è "Mystic River", "the Woodsman" o "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa")

Non vuole essere contro nessuno questa storia, e certo non contro le madri.
Vuole solo invitare a riflettere sulla portata delle parole
e sull'impatto che possono avere
soprattutto nel processo formativo di un bambino.

Quando la madre e l'uomo si siedono a tavola
non è un processo che lei subisce
l'uomo le fa più da specchio che da giudice.
Lei ha perfettamente compreso e giudicato da sola ciò che ha detto
e non se ne dà pace.

L'uomo non è arcigno
è severo
forse reso duro dalla vita,
dall'aver rimosso milioni di dolori
sperando alla fine di poter rimuovere anche il proprio.

E se è vero che alla fine, con l'unica battuta del film
lui la accusa ( e non posso negare che lo faccia)
questo serve principalmente a rendere comprensibile la storia
e a dare un ordine di grandezza a ciò che è stato detto.
Accusa peraltro giustificata dal tipo di contesto rappresentato,
nel quale un guaritore, cui venga riconosciuto quel potere
è anche una guida spirituale e morale.



Che noi,
entriamo comodi comodi e a pancia piena
con la macchina da presa
nel bel mezzo di un rapporto di cui non sappiamo nulla,
e del quale sarebbe il caso non ci facessimo giudici,
ma ci servisse per guardarci dentro
e ritrovare
le parole che non avremmo dovuto usare.

E' solo una piccola, minuta rappresentazione,
di uno tra i tanti dolori che nella vita si possono incontrare,
quando però ancora non abbiamo le spalle per affrontarlo
né la memoria per ricordarne il volto.



Milano, settemaggioduemialasette.
© Patrick Behar

giovedì 1 marzo 2007

Poesia

Ti penso e non sei

che una forma nel tempo.


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mercoledì 28 febbraio 2007

Un frammento di Bretagna

Nell'ovatta della macchina, attraverso,
scortato dalla notte, le terre di Bretagna.
Quimper e l'autostrada sono alle spalle da chilometri
dalle casse, dolce, la voce di Isabelle Boulay canta C'était l'hiver
che io il francese  mica lo capisco
ma mi viene la pelle d'oca al sentirla
ed è certo che stia cantando cose tristissime, da trafiggersi di spade
come il sacro cuore di Gesù.

Seguo l'indicazione, lascio la strada principale e mi butto sulla destra, verso il mare,
il finestrino abbassato
sento il mutare dell'aria.

Sparute, incontro le prime case;
sparse a briciole nel nero della notte.
Basse e silenziose
la testa incassata nella schiena piegata,
schiena di legno
a pelle di tegole e sassi, spaccata sotto una vita di vento e salsedine
legni erosi e tenui colori di sale.
Proseguo, mentre ai lati della strada lente si raggrumano, si fanno forza, si tengono caldo l'un l'altra,
diventano un unico corpo, creatura,
che trovo addormentata ai bordi del mare.

Supero una chiesa, col suo calvario scolpito di pietra nera
passo oltre ai soldati romani, alle due Marie
che nella notte non distinguo tra loro e al Cristo
che appeso e trafitto mi guarda muto.

Una panetteria, poi la strada curva e si apre.
Accosto nell'unica piazzetta.
Al rallentare delle ruote, il suono della ghiaia sotto i pneumatici
poi
quello sempre magico
del motore che si spegne.
Quello stesso suono che mi svegliava da piccolo
quando mio padre spegneva la macchina,
piccola decompressione del silenzio
mi toglieva dai sogni di bimbo
sdraiato sul sedile di dietro
e mi diceva d'essere arrivato a casa.

Scendo,
suono tondo della portiera che si richiude
stiro le vertebre incassate
e riesco persino a scroccarne due,
che è sempre un piacere.
Respiro a pieni polmoni l'aria di quel luogo sospeso nel sonno,
chissà se sognano i paesi quando dormono.
respiro assieme al luogo;
un respiro lento e costante,
con dentro piccoli rumori
come il sonno dei vecchi.

Mando nei polmoni quell'aria così piena dei sapori del mare
odori di vita e morte assieme
energia e putredine si mescolano al grido dei gabbiani
e allo sciabordio di piccole onde
sulla spiaggia di ciottoli.

Mi dirigo verso il faro
che non è di quelli da cartolina
tondi, bianchi a strisce rosse
con un cristallo di swarosky in cima
ma è base quadrata e di pietra scura.
Ci faccio un giro attorno
mi chino  a sentire con le dita l'acqua.
Intanto
noncurante
il sole sorge.

Che bel modo di farne conoscenza arrivare in un paesino sconosciuto in un' ora come questa.
osservarlo mentre dorme, senza il rumore dei suoi abitanti
senza le forme che gli danno gli abitanti
ma comunque vivo,
un gigantesco cetaceo spiaggiato.


Non appena apre, entro nel bar che dà sulla piazza.
Chiedo ad una vecchina cortese di farmi due crépe dolci.
Ha appena acceso la piastra e non verranno benissimo, mi dice.
tanto che quasi non vuole darmele
tanto che più tardi finisce col portarmene gratuitamente un'altra
che mi lascia con un gran sorriso sul tavolo
"Questa è fatta come si deve" mi dice.
Mi tratta con cortesia
ha certo capito che sono italiano
cosa che viaggiando non mi ha mai dato problemi, anzi
che a noi
al di là delle cazzate pizza e mandolino
ci trattano bene in gran parte del mondo.

Sono ormai le sette
Entra una ragazza dai capelli carota, un vestito verde, un paio di piercing,
e una faccia immusonita che la rende ancora più carina.
Ci scambiamo una rapida occhiata
certo sapessi la lingua potrei attaccare discorso.
certo
infatti in italia parlo sempre con le ragazze carine che incontro, come no.
Mi fanculo, mi alzo, pago ed esco.

Gente, ora in giro c'è gente.
Risalgo in macchina e proseguo lungo nord seguendo la costa.
Alla mia sinistra, tra la strada e il mare si erge un albergo
solo
bianco a due piani
sembra la locanda Almayer di oceanomare
tanto che non posso non fermarmi.

Sul fare design

Questo il testo di un' intervista che ho scritto per una rivista
(Computer Arts) lo scorso agosto.
In effetti mi avevano dato delle domande,
che però mica ho considerato,
così ho scritto ciò che mi veniva.




- Ah, il grafico..
pubblicitario ?
- No.
perplessità..
- oh.. allora cosa ?

"A quel punto comincio di solito ad elencare una serie d'altre cose
che si possono fare come grafici; logotipi, manifesti, copertine e perché no,
anche (e nel mio caso soprattutto) quadri.
Di solito l'interlocutore fa allora finta di capire,
ma si vede benissimo che mente che non riesce realmente ad inquadrarti.
Mestiere bizzarro quello del grafico.

Mi sarebbe piaciuto disegnare, ma rubando le parole ad Alighiero Boetti, non sono nato col privilegio della mano.
Dopo un' "occhiata" ad architettura entro, con l'idea di diventare illustratore,
in una scuola di grafica.
Allora lauree brevi non ne esistevano, e francamente fare chili di matematica e fisica un due tre, mi sembrava faticosamente inutile.
Mi piaceva l'illustrazione: Mucha, Arthur Rackham, Maxfield Parrish, Frazetta e l'animazione giapponese
(che col suo segno asciutto ed essenziale e' vicina alla grafica quanto all'illustrazione)
Ma anche, e andatevelo a vedere se non lo conoscete, Patrick Nagel.
Nagel faceva a mano ciò che oggi si chiama Vector Art, con un segno non distante da quello dell'animazione (soprattutto quella di oggi più che quella d'allora).
poi purtroppo è morto.
A scuola mi guardo un po' in giro e vedo mani irraggiungibili,
segni che nascono nella bellezza della spontaneità, e io , studiando e sudando anni non ne avrei mai sfiorato l'ombra.
Non che non ci debba essere il sudore e la fatica dello studio, anzi, fatica a chili e sudore a litri, ma non nell'esecuzione.
E' un po' come nella danza, dove ogni gesto deve apparire facile e leggero, e non deve mai tradire la fatica, come se la gravità non esistesse: è quest'illusione uno dei suoi elementi di fascino.
Quindi a vent'anni prendo in mano un mouse,
e photoshop 2 ! Nasce un amore che dura da quindici anni
ora photoshop e' alla versione 8 e io alla punto35.

L'empatia con la macchina in realtà c'è sempre stata..
ad undici anni programmavo su un Texas Instruments TI99/4A e un Apple IIC ancora funzionante illumina di modernariato il mio tavolo coi suoi fosfori verdi, sui quali ho lasciato un bel po' di diottrie.

Quindi lascio la scuola e mi metto "a bottega", come una volta.
Mettere le mani nel mestiere da subito, un mestiere che ancora non si conosce, e che si apprende per osmosi quotidianamente, tenendo gli occhi e le orecchie aperte, e continuando a fare domande anche passandoci da stupidi, non importa.

poi, la fortuna e' spesso
nell'incontro con persone
che non posso non ringraziare.

L'inizio di tutto e' con Alexander Koban (allora IMAGIC) che a meta' anni '90 mi fa lavorare su un Paintbox; mettendomi praticamente un mestiere in mano. (grazie :)
Macchina fantascientifica per gli standard di allora.
Costava intorno al miliardo (lire, no euro), stava in una stanza "criogenica", aveva un monitor Barco da 29" che valeva come una BMW e una tavoletta grafica che rispetto alle "clave" che circolavano allora sembrava uscita dall'area 51.

Li' e' la base e l'inizio di tutto: la manipolazione dell'immagine:
abbandonata (ma mai del tutto, neanche oggi) l'idea di crearle da zero, nel segno del disegno, accetto di rielaborare a partire da foto.
Ma in quei fotomontaggi (soprattutto quello si faceva,e dove ho imparato a fare le maschere per bene, mica cose tagliate con l'accetta) che baravano sulla realtà mancava qualcosa.
Erano la base tecnica che mi sarebbe servita per fare altro, ma erano solo la metà del tutto.
L'altra meta' è arrivata dall'amore per la parola; la tipografia e la grafica.,
l'incontro col poeta Giancarlo Majorino (che oltre ad essere uno dei più grandi poeti italiani è un vero maestro di vita)
e poi, con David Carson (più con i suoi lavori più che con lui :)
Dell'incontro con Carson devo ringraziare (e certo non solo per questo) Guerino Delfino, ora CEO Ogilvy Italia, che poi nel 2000 mi fa fare anche l'intero design per la Biennale Di Venezia.
Last, but not Least il fotografo Giovanni Gastel, che mi lascia posare gli occhi e mettere le mani su immagini di rara bellezza, e tra le tante cose che mi fa scoprire, la vera "alta definizione": banco ottico 20x25, niente compromessi !
Sara' che non è digitale, sarà che dentro un banco ottico si vede una realtà di tale bellezza e ricchezza; comunque sia il piacere e il desiderio dell'analogico spesso si fa sentire e ritorna:
torna nella voglia d'usare fogli d'acquerello che si increspano con l'acqua, vergati dal segno della grafite; che se li tocchi, se ci passi sopra le dita si spande,
e l'undo non c'è mica.
Il tatto e' un elemento importante nel mio lavoro.
Quando provo a spiegare che la scelta di un carta non è solo una variazione sulla resa cromatica, ma anche e soprattutto una differenza di percezione psicologica, quando il lavoro viene tenuto in mano o sfogliato.

E forse la materia è ciò che mi ha sempre tenuto un po' lontano dal web,
non che non ne abbia fatto, ma senza troppa convinzione;
Erano poi periodi abbastanza "pionieristici": flash non esisteva, la connessione sembrava fatta con due bicchieri di plastica attaccati per un filo, e il sito lo vedevi completamente diverso su macchine diverse.
Ovvero variavano in maniera aleatoria i pesi della composizione: cosa inaccettabile per un designer no ?
E, altrettanto importante, il lavoro e' ovunque e in nessun luogo e se poi provi a stamparlo e' piccolo piccolo.
Ora il panorama e' completamente diverso e chissà che non mi ci rimetta.

Certo ho una macchina digitale, che pratica è pratica, ci mancherebbe; è uno splendido scanner tridimensionale !
Ma le Foto le faccio con una vecchia Hasselblad (medioformato, 6x6)
Non ha neanche un esposimetro, e per avere un'idea della foto che verrà anziché avere uno schermino a lcd, si mette un dorso  Plaroid; si scatta, gli si da il tempo di svilupparsi, e poi si inserisce il dorso con la pellicola; nel frattempo le condizioni meteorologiche e di luce cambiano completamente.. ma è un po' il suo bello.
E lì dentro, nelle immagini catturate dentro quel pozzetto, dove ci si muove al contrario e la destra è la sinistra, i prati son fatti di fili d'erba e il greto dei fiumi di ciottoli, e non indistinti mosaici di megapixel grigio chiari e grigooscuri.

Quindi, digressioni a parte, forse il ponte dall'illustrazione alla grafica e' stato tipografico.
Nell'unione tra parole e immagini il testo si ritrova a vivere in uno spazio particolare
poiché non e' li' solo come portatore di un significato semantico.
Ha forma, dimensione, posizione, tensione.
Il significato si relaziona col significante visivo.
Ma volendo può anche perdere completamente il significato,
diventando elemento tra gli altri, un elemento grafico da giocarsi, che incidentalmente può anche leggersi.
le parole scoprono la forma e le forme della forma,
semantica liquida che nel mutare si contamina, reagisce e diviene altro.
Una piccola alchimia... e che invidia per i giapponesi: gli ideogrammi sono già di per se tutte queste cose, e inoltre si può scrivere indistintamente in orizzontale o in verticale
(ma un verticale che non ti porta ad inclinare la testa per doverlo leggere, un verticale "dritto"; insomma, quello che da noi si può usare solo per le scritte Motel o Hotel !)

Anni formidabili gli anni '90.
Un decennio in cui la grafica assumeva connotazioni più ampie rispetto a prima,
nella distanza che si andava creando tra il grafico in senso tradizionale (quello che gli esecutivi dei loghi li aveva fatti fino ad allora con la reprocamera) e il graphic designer
(e in quel verbo: to design, a noi mancante, c'è una reale distinzione, non e' solo esterofilia dei nomi) e i visual artist (dei quali mi sento di far parte) per i quali l'approccio alla composizione e' molto più "pittorico", fatto di masse, ritmi, andamenti e movimenti
..gabbie ? cosa sono ?
C'era gente come Neville Brody che,  benché non sia mai stato tra i miei modelli, inventava veramente di tutto.
Sicuramente per la mia "formazione" i più importanti furono i "Why Not Associates" e ovviamente David Carson.
C'era un gran fermento allora, riviste come Emigre e Ray Gun; anni di dibattiti tipografici tra readibility e legibility, tra il "more is more" and "less is more" anni in cui si riscoprivano le fotocopiatrici (meglio se vecchie e col tamburo sporco) e si scansionavano i fax e le macchie delle tazze di caffè.
Dopo i primi anni bui del DTP in cui il massimo erano i fondi marmo rosa ! o peggio
(sì, perché sembra incredibile, ma ci può essere di peggio del marmo rosa) gli sfondi mattone.
Non me ne sto chiamando fuori, l'ho usato anche io il marmo rosa.

Le agenzie di pubblicità le ho frequentate, ma spesso con poco amore..
pensavo (sbagliando) ai pubblicitari come a romanzieri, e a noi grafici come poeti, duri e puri.
Essere un graphic designer (essere, non fare il designer) era per me anche una ricerca; una ricerca di verità.
Dato uno spazio e degli elementi, le riconfigurazioni possibili sono infinite,
ma è come se ve ne fosse una "più" esatta, la "più perfetta" tra tutte;
e nel momento in cui colloco gli elementi in quel modo perfetto...
allora li', in quel luogo accade qualcosa, "accade" una forma di verità.
Non solo nel senso di bellezza come verità, ma perfezione degli spazi, come la soluzione di un'equazione.
Come le geometrie sacre induiste (come i mandala) o pitagoriche come la parola magica o sacra, dove l'esatta collocazione di una serie di lettere genera qualcosa.; come la ricerca del nome di Dio nella qaballah.
In altre parole passavo le giornate a spostare le cose di mezzo millimetro.

Tra le ragioni per cui in pubblicità non mi sono mai trovato è che in fondo di comunicazione non ci capisco mica molto.
Nel senso che spesso mi fermo al passo prima: l'espressione.
L'espressione prescinde dal ricevente (in realtà spesso se ne impippa proprio, se l'immagine funziona funziona, quali spiegazioni, studi di mercato, ricerche e test ti servono ?)
Non che l'espressione sia estemporanea o peggio gratuita (nel senso del fare tanto per fare)
E' solo che non c'è manifesto, non c'è un fine preciso,
se non il fare  per dovere (come obbligo x se stessi, nei confronti di se stessi)
E' una necessita' (come quella che Rilke attribuisce alla poesia) di sopravvivenza,
dare corpo a pensieri antropofagi, prima che scavino o mastichino una strada fuori.

Inoltre  non ho mai avuto molto progetto o pensiero dietro le mie immagini.
Tutte le volte in cui mi sono messo alla macchina dopo aver progettato, ne uscivano delle creature deboli e moribonde (Un po' come in quei film di fantascienza dove dopo anni di ricerche danno vita a strane clonazioni e la creature appena nata, si guarda un po' attorno stralunata per poi morire, in un urletto asfittico)
Nulla contro chi progetta, ci mancherebbe, è semplicemente che non ne sono capace.
E se una volta sarebbe stata una posizione molto più difficile da difendere, oggi con l'ingresso dei computer le cose sono un po' cambiate.
Vedo l'uso del  computer un po' come quello della macchina da scrivere.
A cos'altro serve la macchina da scrivere se non a consentire una scrittura veloce quasi quanto il pensiero e comunque incommensurabilmente più rapida di quella a mano (chiunque sostenga il contrario è solo perché non sa battere a macchina)
Quindi alla macchina (computer) in una sorta di "stream of consciousness", o action painting o scrittura beat, ma con consapevolezza.
Dove migliaia di decisioni vengono prese costantemente, in frazioni di secondo (più piccolo, più in basso, meno verde, lo tolgo ecc) per niente a caso, con un occhio vigile, consapevole e allenato, abituato a guardare centinaia di immagini  e a cogliere in tempo reale il cambiamento che subisce l'intera impaginazione a seguito di ognuna di queste decisioni.
Quindi, per non essere frainteso, lontani da quello che si chiama "wild layering".
Va bene l'uso di centinaia di layers, ma non "selvaggiamente", non perdendo mai di vista la composizione.

Coerentemente, anche nella vita  non ho mai avuto molto progetto/carriera:
Lo studio dove ho lavorato più a lungo e per il quale ho fatto alcuni dei lavori più importanti la scelsi perché mi piacque la ragazza con cui feci il colloquio, mica per i clienti che avevano :)

Forse non sono in grado di "pensare" una soluzione, posso solo "intuirla".
E l'intuizione, come la mistica, si subisce. Quando arriva, bene; e quando non arriva si usa "il mestiere" per uscirne.
Se i clienti sapessero quante cose vengono pensate (anche a posteriori) per vendere razionalmente delle soluzioni spesso mediocri; le riunioni ad alto livello d'agenzia/cliente sono delle vere performance; l'abilita' nel vendere l'oggetto prescinde completamente dall'oggetto stesso, che spesso viene per ultimo, anziché per primo.
E questa cosa mi ha sempre fatto un po' di fatica.

Quindi immagini (come racconti) che sorgono da sole,
e bussano da dentro quando vogliono uscire.
Mi prendono in prestito, mettono su un disco
e si fanno carne.
La musica e' un elemento essenziale nel momento creativo.
La pagina e' un'architettura per l'occhio, che deve essere invogliato ad abitare, dovrebbe sentirsi a proprio agio (o anche disturbato, purché consapevolmente)
bisogna guidarlo dentro la pagina e non lasciarlo saltellare a caso o perdersi tra gli elementi presenti;
la pagina ha una scansione ritmica nei pieni e nei bianchi
e la musica può aiutare, dando la base a questo ritmo.
Quindi tendo ad ascoltare musiche diverse a seconda del lavoro che devo fare.
La musica giusta per il lavoro giusto.

A proposito dei pieni e nei bianchi..
i bianchi, il bianco meriterebbe un discorso a se
( e qui, chi mi conosce sorride)
Il bianco non è ciò che rimane, ciò che avanza dopo il design.
E' un elemento importante quanto qualunque altro venga inserito (e spesso di più) .
Anche per questo è a volte difficile giudicare per bene un'immagine nella cornice del monitor
Andrebbe sempre stampata e rifilata.
E solo lì, a quel punto si può veramente capire come si respira dentro, se ci si sente soffocare contro i margini, o sballottati in impaginazioni fitte e casuali, o smarriti in un vuoto eccessivo che non è minimalismo, ma miseria.
(confine sottile quello tra essenziale e povero)
Spesso la cosa più difficile per raggiungere lo scopo risulta togliere cose; che un po' ci piacciono ma nuocciono all'insieme, però ci piacciono e vogliamo convincerci che alla fin fine funzionano.
Niente vero, bisogna avere il coraggio di buttare via, un elelemento/momento per il bene dell'insieme... non che mi riesca sempre, a volte cedo e lo tengo.

Ovviamente per immagini che nascono per il monitor o lo schermo il discorso è un po' diverso.
Lì poi c'è, accade, una cosa unica e invidiabile: il movimento.
Ho messo a volte le mani su After Effects, per realizzare qualche "poesia visuale"
ed è un mezzo affascinante, anche perché lì, la musica e il sound design, danno realmente un ritmo alle immagini che scorrono.
Poi mi sono un po' impedito d'usarlo, un po' perché servono macchine "serie" se non si vogliono passare ore a guardare barre di scorrimento, e un po' perché ci mancava solo sviluppassi una dipendenza anche da After Effects per non staccarmi più dal monitor.

Però l'immagine cinetica continua ad attrarmi,
con le sue infinite possibilità narrative.
Sono innamorato del cinema,
soprattutto quello dalle forme asciutte ed etiche,
quello che una volta facevano Bresson e Dreyer
e oggi fanno i Fratelli Dardenne,
o anche Isabel Coixet
mi piacerebbe fare quello.
ma non e' una cosa semplice.
Per ora
scrivo sceneggiature.