lunedì 30 marzo 2009

L'ospite

L'inizio è a volte difficile.
Non come la fine, che avviene e s'impone.
Che poi la storia è già lì. Tutte le storie sono già lì.
Non resta che decidere da dove cominciare a raccontarla.

Alle setteventicinque suono alla porta.
Fingo, come fosse un mazzo di fiori, di nascondere le due bottiglie di vino dietro la schiena, e aspetto.
La porta si apre, colando sulla strada un po' della calda luce della casa.
Abbasso gli occhi e ricambio con un sorriso quello del traballante frugoletto che mi accoglie.
Che il sorriso di un bambino di due anni è cosa che si può tentare di ricambiare, ma non contraccambiare.
Come rifilare vecchie perline di vetro in cambio d'oro e saggezza. Quasi una truffa, ma questo è ciò che ho.
La mamma alle sue spalle; ci baciamo, come stai, anche io ti trovo benissimo, le passo il vino, non dovevi.
Altroché, penso io, e ritorno alla telefonata del mattino, vieni a cena da noi, te la ricordi, e mi aveva fatto un nome.
Il nome non lo ricordavo, e speravo semplicemente fosse chi pensavo io.
Certo, a che ora, porto qualcosa ?
Entro nella luce della casa.
Giocattoli e cose di bambini ovunque per terra, il tavolo apparecchiato per quattro.
Il marito fuori in giardino a fumare, assieme all'altro ospite.
O meglio.
L'altra ospite.
Mi rincuora avere quel tempo, poter prendere ancora tempo.
Sono un po' nervoso, certo meno di quando avevo quindici anni, ma la natura della cosa è uguale, ogni nuovo incontro a suo modo lo è.
Crescendo fa sudare meno, accellera meno il battito, ma l'azzardo è uguale, e la posta in gioco in fondo è esattamente la stessa: un'ipotesi di felicità.
Mi tolgo il giubbotto, infilo nelle tasche telefonino e portafoglio, lo poggio su una sedia,
mi accovaccio e giochiamo con un'automobilina cui mancano già molti pezzi, incluse due ruote.
Bravo gli dico, manco hai due anni e già fai le gomme alle macchine.
Poi alle mie spalle rumore di legni e vetro, portafinestra che si apre e si richiude, rientrano.
Mi alzo, saluto e abbraccio il mio amico, e prendo ancora tempo, l'ultimo che posso, l'ultima boccata d'aria prima di tuffarsi e poi ci siamo
- Ciao
- Ciao
Le stringo la mano, mano di donna.
Ci guardiamo negli occhi, ci riconosciamo, ma ci presentiamo comunque
- Ci siamo visti al battesimo mi dice
- Mi ricordo
dico
Me lo ricordo molto bene penso.
Dev'essere passato ormai un anno o forse più.
Certo non me l'ero scordato, certo non me l'ero scordata.
Da allora alcune, forse molte volte, avevo persino pensato di chiedere qualcosa, sì, ma cosa ?
Quella tua amica, quella che c'era al battesimo, sì ma quale ?. O anche, come per caso, chiedere hai mica delle foto della cerimonia,
sfogliarle con disinvoltura, e con noncuranza, finta e simulata, ritrovato il suo volto chiedere ma lei ?
Sì, ma lei cosa ?
Il nome non lo ricordavo, ma tutto il resto sì,
Il tono della voce, dolce come lo sguardo e i modi gentili.
Li ritrovo.
Ci sediamo sul divano e parliamo tutti e quattro del più e del meno,
quando posso, poso lo sguardo sul suo viso, ogni tanto poso i pensieri giocando col bambino.
Poi è cena e ci sediamo a tavola.
Si siede nel posto dove mi sarei seduto io, e la cosa mi piace.
Mi siedo dove non mi sarei mai seduto.
Arrivano portate, vino e chiacchere.
La ascolto con piacere, faccio la più stupida delle domande che è: tu cosa fai ?,
parliamo di vacanze, di luoghi dove andare.
Tutto bene, fin qui, tutto bene.
Poi, dice una cosa.
Una di quelle che non vorresti sentire, non in questi momenti, non così all'improvviso;
non quando sei così tranquillo da riuscire a parlarle come la conoscessi, senza quel patetico tentare di fare il piacione.
Comincia quella frase che per lei ha il peso di tutte le altre, ma il cuore mi si contrae un poco.
Un piccolo spasmo involontario, come chiudere gli occhi quando qualcosa t'arriva in faccia.
Comincia una frase con: Il padre del mio fidanzato..
Il resto non lo ricordo; per alcuni minuti è nebbia.
Il cervello stacca, ma è tardi. Strappa al volo cavi e connessioni, lascia tutto in balia di se stesso.
Alcuni attimi, forse minuti e mi ritrovo, ritrovo me stesso. Ma non è un bell'incontro.
Un po' stordito, piano riattacco l'interfaccia, quella da superficie, ma è come se mi svegliassi da un'altra parte; ed è tutto un po' diverso,
Il suono delle voci, Il sapore del cibo, la luce nella stanza.
Lei la stessa di prima, solo che ora è come fosse in un altro luogo, un luogo distante, un luogo inaccessibile.
Bevo un sorso di vino, poggio il bicchiere, ne passo lento il dito lungo il bordo, in uno, due, non so quanti ipnotici cerchi,
la testa mi rimane piegata un po' di lato, lo sguardo in un luogo che non c'è, tra la tovaglia e il bicchiere,
e Il padre del mio fidanzato rimbalza dentro,
come un'eco,
un'eco che gratta da dentro.
.