Parmenide Johnson.
Parmenide Johnson scese dalla corriera della Greyhound
alle settequarantacinque del mattino.
Le settequarantacinque di un lunedì qualsiasi.
Non si aspettava di vedere nessuno.
E nessuno lo aspettava.
Uno sbuffo di polvere avvolse il tacco dello stivale di pitone;
l’altro a perno sulla traforata predella metallica; una mano in tasca,
l’altra sul corrimano.
Alzo’ lo sguardo annusando l’aria ancora fresca
di quel puntino sulla cartina del Texas;
le ombre appena sveglie si stiravano lunghe e indolenti
come panni stesi sopra i tetti ad asciugare.
E il sole allungato ammiccava, ancora giovane.
Benjamin Lowerton faceva lo sceriffo da quando era nato.
Come suo padre prima di lui.
E il padre di suo padre, fino ai tempi di White Earp.
Non sapevano fare altro in famiglia
che ammazzare la gente.
A cinque anni aveva ucciso il suo primo cervo.
A quindici il primo uomo.
Ora aveva cinquantaquattro anni, non aveva avuto figli,
l’occhio non era più tagliente come una volta e la mano meno certa.
Poggiò la tazza di caffè sul vecchio bancone di formica blu
e gettò un’occhiata oltre la vetrata della tavola calda;
oltre la sua immagine riflessa la corriera della Grayhound
ripartiva lasciandosi dietro una nuvola di polvere.
Non c’erano ragioni che potessero spingere uno straniero
a fermarsi in quel posto.
E infatti
di stranieri non se ne vedevano mai.
Saluto’ il vecchio Don, lasciò un quarto di dollaro sul banco
e si mise il cappello con un gesto di tale bellezza
che avrebbe fatto impallidire John Wayne.
Parmenide Johnosn scostò un poco gli occhiali da sole
per dare un’occhiata al fogliettino stropicciato che teneva in mano.
Lo conosceva a memoria, ma guardarlo lo aiutava a pensare.
Poco più oltre, di fronte ai suoi stivali, leggermente fuori fuoco, due stivali neri.
Rimase a fissarli per un po’, poi contrasse un angolo della bocca
producendo un suono secco, di disapprovazione.
Rialzò lentamente lo sguardo e si vide riflesso dentro due lenti a specchio.
Accennò un saluto col capo mentre un ghigno infastidito gli si disegnava in bocca.
Benjamin Lowerton portò una mano al cappello in segno di saluto,
la spostò sugli occhiali che si tolse, ripiegò e infilò nel taschino, per poi poggiarla,
come d’abitudine, sul calcio della pistola.
- Buongiorno
- buongiorno a lei agente
agente..
Fissi
negli occhi,
mentre dietro, i loro occhi,
pensieri infuriavano.
- Dove la trovo ?
disse porgendogli il fogliettino.
Sorpreso da quel modo sicuro prese il biglietto, lo lesse..
e alzò lo sguardo di chi ha visto un fantasma.
La bocca gli si aprì impercettibilmente, le narici si dilatarono
e automaticamente la gamba destra cominciò a scivolare indietro
tracciando un solco nella polvere.
Mentre le dita si serravano attorno al calcio della pistola
sentì nel fianco la fitta terribile
di un corpo estraneo si faceva strada.
Estrasse comunque
ma una mano gli afferrò il polso
l’altra, chiusa in un pugno, si abbatté sotto il suo zigomo.
Sentì il suono secco della mascella che si spezzava
allagato da nervi impazziti dal dolore che si tuffavano dentro al cervello,
una gamba d’improvviso gli cedette
e il ginocchio gli si schiantò per terra.
Cercò di prendere fiato
e sputò un grumo di sangue
che toccata la polvere la sollevò in un denso cratere vermiglio,
come un meteorite di dolore rappreso.
- Dove la trovo ?
Alzò lo sguardo,
lo avrebbe mandato volentieri a fare in culo,
ma la mascella gli era uscita.
Spostò gli occhi sulla pistola per terra valutando la distanza
ma un calcio la raggiunse in piena faccia,
schienandolo.
Parmenide Johnson raccolse con calma agghiacciante l’arma da terra
la osservò un poco rigirandola tra le mani.
Poi volse di scatto lo sguardo su quel corpo riverso sulla schiena,
mirò un ginocchio.
La rotula esplose in mille pezzi mentre la gamba quasi si staccò.
- Non puoi nemmeno immaginare
il piacere d’ ammazzare uno sbirro con la sua pistola..
Riproviamo: dove la trovo ?
Affogato dentro nervi allucinati dal dolore,
la mente infilata a scopettone nella turbinante merda
d’immagini impazzite, il fiato sempre più corto.
Merda non ora, non così, non dopo tutti quegli anni.
Aveva giurato.
Guardò in faccia Parmenide Johnson.
Aveva giurato che l’avrebbe protetta.
Il vecchio Donalson raggelò.
Un suono violento e inconfondibile gli bloccò la mano
intenta a lucidare l’ossidato nastro d’acciaio che incorniciava il suo bancone.
Alzò di scatto gli occhi che già sudava freddo.
Vide otre la vetrata il corpo di Ben che si schiantava al suolo,
orso abbattuto;
giusto in tempo per vedere la rotula esplodere come un macabro fuoco d’artificio.
Agghiacciato, afferrò da sotto il bancone il Winchester Memorial
e corse alla porta, caricando il colpo in canna.
Poggiò la spalla contro lo stipite.
- Bennn !
gridò e prese la mira,
Erano meno di settantacinquemetri
non era un colpo difficile.
Meno di settantacinquemetri
su un bersaglio fermo.
Non era un colpo difficile.
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1 commento:
Great work.
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